I piccoli reparti sono pericolosi. Vanno chiusi ma nessuno lo fa

Negli ospedali dove si effettuano meno di 80 interventi l'anno, il rischio aumenta. Un decreto (inapplicato) ordina il taglio di 700 strutture

Quasi 700 reparti di oncologia in Italia dovrebbero essere chiusi. Non è una questione di soldi che mancano, di tagli più o meno lineari che si abbattono sulle cure mediche. Lo dice una legge, il decreto ribattezzato «standard ospedalieri» varato nell'aprile 2015 che fissa parametri non economici ma terapeutici. Esiste una relazione tra volume di attività ed esito degli interventi: dove si interviene di più si hanno maggiori probabilità di guarire. Lo dice il buon senso, lo confermano le statistiche. Per offrire ai malati un servizio migliore, il provvedimento ridisegna la struttura ospedaliera italiana e crea le reti oncologiche. «Le regioni avevano sei mesi di tempo per adeguarsi ai nuovi profili assistenziali, ma solo il Piemonte ha provveduto», dice Francesco De Lorenzo, presidente della Favo.

Un recente studio su 25mila donne dimostra che, nelle pazienti con tumore al seno, la sopravvivenza a cinque anni aumenta del 9% negli ospedali che trattano più di 150 casi rispetto a quelli che ne trattano meno di 50. Nei centri di cura maggiori si registra un'adesione più stretta alle linee guida terapeutiche, sono presenti specialisti con più esperienza, l'approccio prevalente è multidisciplinare, e a ciò si aggiunge un'attività di prevenzione più intensa. I dati sulle cure dicono che è necessario concentrare la cura in centri dedicati. Dove si opera meno cresce il rischio di dover intervenire una seconda volta, ed è facile immaginare le conseguenze psicologiche sulle pazienti ed economiche sul sistema sanitario. Secondo uno studio su 90mila malate di cancro alla mammella, i chirurghi che eseguono meno di 14 operazioni l'anno devono reintervenire in una percentuale superiore del 33% rispetto ai colleghi che compiono più di 34 interventi.

Il decreto del 2015 stabilisce la soglia minima di attività per i reparti oncologici: in media 80 primi interventi, 150 per il carcinoma mammario. Entro ottobre le regioni dovevano identificare, in base alle risorse, le strutture da mantenere e quelle da riconvertire. In Italia soltanto 123 ospedali su 804 eseguono più di 150 interventi chirurgici all'anno di cancro al seno: poco più di uno per provincia. Rappresentano appena il 15 per cento dei centri clinici, tuttavia trattano il 70 per cento dei nuovi casi. Significa che ancora oggi una donna su tre colpita da un tumore alla mammella viene trattata in ospedali con soglie di attività inferiori a quella prevista.

In queste strutture il rischio chirurgico è proporzionalmente maggiore. Il loro elenco è lunghissimo, ma c'è un modo semplice per verificare se un certo ospedale è considerato «ad alto volume di attività di chirurgia oncologica». Bisogna consultare il portale internet www.oncoguida.it, dove gli ospedali sono classificati in base alle schede di dimissione del ministero della Salute. Una volta individuata la struttura sanitaria appariranno nel dettaglio i tipi di tumore trattati e il numero di interventi eseguiti: un pallino verde indica i centri più affidabili perché lavorano di più. Sono indicati anche telefoni e direttori dei reparti. Un motore di ricerca suggerisce dove è preferibile curarsi in base alla provincia e alla patologia.

«Ci vorrebbe più coraggio nei politici per chiudere certe strutture - dice De Lorenzo e dirottare i pazienti verso ospedali e istituti di cura dove c'è personale con maggiore esperienza, evitando la dispersione attuale. Le regioni preferiscono fare tagli lineari credendo di scontentarne il meno possibile. Invece i tagli dovrebbero essere mirati, trasferendo le risorse nei centri terapeutici dove un malato oncologico può guarire davvero». Concetti ribaditi anche dai senatori Maurizio Sacconi ed Emilia Grazia De Biasi.

L'obiettivo della riforma sanitaria, ribadito anche nella presentazione del rapporto avvenuta alla Biblioteca Spadolini presente anche il ministro Beatrice Lorenzin, è creare una rete di centri di senologia sul modello delle «breast unit» statunitensi: luoghi di cura che offrano personale specializzato, diagnosi tempestive, chirurgia, cure post-operatorie e riabilitative, supporto psicologico, rapporto personalizzato e raccolta di dati per verificare i risultati. La mappa dei centri italiani si trova sul sito www.senonetwork.it.

Commenti

cgf

Ven, 13/05/2016 - 17:16

così per avere una visita e/o un esame ci vorrà più di tre anni perché concentrare su 700 strutture in meno è inevitabile, come la chiamano? ottimizzazione standard ospedalieri? mah! mi viene in mente quella battuta che Cervi alias don Peppone fece a Fernandel alias don Camillo nel film il compagno Don Camillo, dopo che Bottazzi si risvegliò dalla sbornia di vodka. Na zdorovje

Ritratto di Svevus

Svevus

Sab, 14/05/2016 - 09:04

Il più grande errore della snità sono i cosiddetti Centri di Eccellenza fatti per far guadagnare e far carriera ad amici, amanti e figli. La Sanità deve essere TUTTA eccellente : per questo è necessario che 1- gli ospedali abbiano non meno di 400 e non più di 600 posti letto 2- non si abbia personale di serie A ( universitari ) e di serie C ( ospedalieri )