I professionisti della censura

Questa volta mi trovo d'accordo anche con i grillini che hanno considerato «liberticida» la proposta di legge avanzata dall'onorevole Fiano del Pd per inasprire le norme contro l'apologia del fascismo. Per non parlare della presidente della Camera, Laura Boldrini, che vorrebbe radere al suolo tutti i monumenti in stile vagamente littorio. Siamo davvero al paradosso: per abbattere le ultime vestigia del Ventennio, rischiamo di adottare misure ancora più fasciste e dittatoriali. È proprio il caso di dire che, a più di settant'anni dalla caduta di quel regime, l'Italia ricorre ad un provvedimento dal sapore antidemocratico: una specie di boomerang.

C'è un clima che non mi piace e lo posso dire con cognizione di causa perché anche io sono stato colpito da una specie di «diktat» per nulla simpatico. È successo lo scorso 25 aprile in occasione della consegna, a Cervia-Milano Marittima, nel cuore della Romagna che è sempre al centro di queste storie nostalgiche, il premio giornalistico «Cinque stelle» (ogni riferimento a Beppe Grillo è puramente casuale). Per arricchire il programma della giornata, mi era stato proposto di presentare anche il mio ultimo libro che ho scritto con il collega Gianmarco Walch: a fare da padrone di casa era stato chiamato Massimo Giletti che oggi, a maggior ragione, con la chiusura di un programma di successo come la sua «Arena», conferma di avere una certa consuetudine ad essere vittima di provvedimenti vagamente illiberali. Avevo accettato di buon grado l'invito perché l'occasione sarebbe stata certamente ghiotta. Gli organizzatori non avevano, però, fatto i conti con il titolo del libro: Mussolini e i musulmani. Quando l'Islam era amico dell'Italia. Un titolo che, con quell'ingombrante cognome in testa, qualcuno considerò a priori liberticida tanto più nel giorno della Liberazione. Se la presentazione fosse andata in onda questa la minaccia telefonica di un sedicente rappresentante dell'Anpi - ci sarebbero state gravissime ritorsioni. La telefonata non andò a vuoto perché i nostri amici romagnoli, per togliere le castagne dal fuoco, decisero in extremis di anticipare di 24 ore la presentazione del libro anche se le locandine e i giornali locali avevano ampiamente pubblicizzato l'avvenimento con la data già fissata: moltissimi si sono presentati nel giorno convenuto e hanno trovato la sala deserta. Peccato che nessuno, prima delle minacce, avesse dato un'occhiata al libro per scoprire che certamente non si trattava di un'opera filo-fascista, anzi. Sarebbe stato sufficiente leggere solo l'introduzione scritta dallo storico Roberto Balzani, già sindaco di Forlì dello stesso Pd che oggi sostiene la proposta di Fiano. A criminalizzare il tutto, è stato però sufficiente dare appena un'occhiata all'immagine del duce che, a cavallo, esattamente 80 anni fa, sguainava la spada dell'Islam, dono dei musulmani libici.

A sentire certi maître-à-penser, oggi, a distanza di tanto tempo, sarebbe davvero il momento giusto per riconsiderare, con animo più sereno quel periodo nero della storia d'Italia. Non mi sembra affatto così. Anzi, per certi versi, mi sorge il forte dubbio che fossero molto più lungimiranti coloro che, nell'immediato dopoguerra, con le ferite ancora aperte, portarono avanti, badando al sodo, la stessa politica estera di Mussolini a favore dei musulmani. È il caso del presidente dell'Eni, Enrico Mattei, che pure era stato un capo-partigiano fiero oppositore del fascismo. Il petrolio valeva bene una messa.