I segnali ai big azzurri: No al referendum e aperture alla Lega

Mister Chili: «Macché rottamatore, missione più ambiziosa». E Salvini: vedrò Berlusconi

Roma Stefano Parisi chiude il cerchio e conclude la sua «due giorni» di consultazioni con i coordinatori regionali di Forza Italia. Una ricognizione a tutto campo per conoscere e approfondire l'organizzazione azzurra sui territori.

Nelle stanze di Piazza San Lorenzo in Lucina scorrono a uno a uno - sempre in incontri singoli di circa un'ora - il campano Domenico De Siano, il pugliese Luigi Vitali, il marchigiano Remigio Ceroni, il ligure Sandro Biasotti, la friulana Sandra Savino, la lombarda Mariastella Gelmini, l'emiliano-romagnolo Massimo Palmizio e il veneto Marco Marin (Gianfranco Miccichè lo aveva già incontrato nei giorni scorsi), a cui si aggiunge Nunzia De Girolamo e il senatore Alfredo Messina scelto come commissario-amministratore al posto di Maria Rosaria Rossi.

Lo schema è sempre lo stesso: ascolto, domande, approfondimenti su possibili correttivi e sul giusto modo di far dialogare il livello nazionale con quello territoriale. Parisi ci tiene a chiarire alcune notizie di stampa destituite di fondamento. Qualche giornale scrive di un suo approccio tiepido rispetto alla battaglia referendaria. Una linea che, spiega Parisi, non gli appartiene visto che è fortemente convito che il ddl Boschi così com'è rappresenti una riforma destinata a rallentare la macchina Italia, piuttosto che farla accelerare. Il punto, spiega, è che l'opposizione alla riforma deve essere fondata su dati concreti, con un «no» convinto, ma motivato nel merito con argomenti chiari e comprensibili (quindi fuori dallo schema: votiamo «no» perché così affossiamo Renzi). Parisi non si riconosce neppure in quella sorta di «missione centrista» che qualcuno vorrebbe ritagliargli addosso. «Non è il mio compito ricomporre la diaspora di Forza Italia, il mio compito è più ambizioso». In questo senso non ci sono porte chiuse verso il Carroccio. Con la Lega, però, l'intenzione è quella di instaurare un rapporto nuovo, senza alcuna subordinazione.

Di certo nel partito la riapertura degli uffici di San Lorenzo in Lucina ha seminato buone sensazioni, è stata vissuta come una ripartenza. Ora, naturalmente, bisogna superare resistenze e diffidenze. In questo senso sia Mara Carfagna che Stefano Caldoro - ma anche Maurizio Gasparri - starebbero lavorando a una ricucitura con i dirigenti che hanno mal digerito l'incarico a Parisi. L'ex candidato del centrodestra a Milano, in serata, poi interviene a «In Onda» a La7. E fissa alcuni obiettivi: «Dobbiamo recuperare i milioni di voti persi, molti hanno votato 5Stelle, pochi Pd, forse alle Europee poi no. A Milano è stata revitalizzata un'area politica ed è stato dimostrato che se c'è una persona credibile il voto dei 5Stelle scompare». Parisi smentisce di poter diventare «il rottamatore di Berlusconi: «No, assolutamente, abbiamo concordato insieme il mio incarico». Ammette che in un eventuale ballottaggio «non sceglierei M5S solo per far perdere il centrosinistra». «Io leader? Il mio contributo è portare contenuti. Un giorno stabilendo criteri sarà scelta una persona. Le primarie sono uno strumento, non lo strumento». Alla domanda su chi gli paghi lo stipendio, Parisi replica: «Nessuno. Prendo lo stipendio dalla mia azienda». Infine una battuta sui rapporti con Matteo Salvini: «A me sta simpatico, ma una coalizione fondata sulle estreme non vince». E in serata lo stesso Salvini annuncia: «In settimana incontrerò Berlusconi, gli dirò di non raccattare chi lo ha tradito». Infine da Parisi arriva una stoccata a Confindustria: «Lo studio pro-referendum? Fondato su affermazioni fatte assolutamente a casaccio».

FdF