«I trafficanti di uomini nascondono sui barconi i terroristi dell'Isis»

Il consigliere del governo libico Haroun lancia l'allarme. Ma politici e 007 italiani lo snobbano

I servizi segreti italiani, ma anche gli esponenti politici meno disposti a prendere in considerazione quelli che definiscono «gli allarmismi della destra», negano risolutamente che il problema esista. Perché mai, affermano con infastidita sufficienza, i terroristi islamici dovrebbero prendersi il rischio di una traversata a bordo dei barconi della morte fino in Italia quando potrebbero raggiungere il nostro Paese assai più comodamente e anche legalmente? E poi, aggiungono col tono di chi impartisce una facile lezione a uno studente zuccone, l'Isis non ha proprio bisogno di spedire in Europa i propri fanatici ammazzasette dal Nord Africa: bastano e avanzano alla bisogna i numerosi volontari nati e vissuti nelle comunità musulmane delle città europee.

A uno resta il dubbio. Sarà anche così, ma è difficile negare che gli sbarchi a getto continuo di persone senza documenti (li distruggono sistematicamente prima di lasciare la Libia proprio per non essere identificati) costituiscono un flusso assai poco controllato di immigrazione illegale in Italia. E le cronache che riferiscono di agili fughe di tanti di questi signori nelle campagne siciliane lasciano poche incertezze sul fatto che sul nostro territorio circolino personaggi di cui le autorità, al di là delle generiche rassicurazioni a base di «non risulta», non sanno un bel nulla.

Cattivi pensieri scaturiti da menti poco illuminate, certo. Poi però parlano quelle libiche di autorità, e mandano segnali preoccupanti che sembrano dare ragione proprio a certi pessimisti allergici al buonismo di Stato. «I trafficanti di uomini nascondono terroristi dell'Isis in mezzo ai profughi», dice alla radio della «Bbc», Abdul Basit Haroun, consigliere del legittimo governo della Libia, quello la cui sede è stata trasferita nella periferica città di Tobruk per sfuggire agli attacchi islamisti a Tripoli e a Bengasi. Un personaggio complesso, che a suo tempo lasciò il suo rifugio in Inghilterra per partecipare alla rivolta che nel 2011 portò all'abbattimento violento del regime di Muammar Gheddafi, e che lasciò la militanza radicale islamica per prendere la guida dei servizi di sicurezza libici.

Nell'intervista all'emittente pubblica britannica, Haroun sostiene che la fonte di queste informazioni sarebbero proprio degli scafisti dediti al lucroso traffico di disperati verso la Sicilia, che avrebbe incontrato nelle aree della Libia finite sotto il controllo del cosiddetto Califfato. «La polizia europea non sa distinguere chi appartiene all'Isis da un normale rifugiato», gli avrebbero detto gli organizzatori delle traversate, che affermano di «tenere separati gli jihadisti dagli altri migranti durante le traversate» e che si tratta di persone «al cento per cento aderenti all'Isis, gente che non ha paura».

Secondo Haroun, che come rappresentante del governo di Tobruk persegue l'obiettivo della fine dell'embargo sulle armi imposto alla Libia dalla comunità internazionale e ha quindi ottime ragioni di enfatizzare le notizie sulla «libera circolazione» dei terroristi islamici, l'Isis ha un doppio interesse nella tratta degli esseri umani: oltre a sfruttarla come canale di transito di suoi aderenti verso l'Europa dove intende farli passare all'azione a tempo debito, ne trae un cospicuo vantaggio economico pretendendo dagli scafisti la metà dei loro guadagni in cambio del permesso di usare per i loro traffici i porti da esso controllati.

Già nei mesi scorsi il premier di Tobruk Abdullah al-Thani aveva messo in guardia l'Italia dal rischio di infiltrazioni di terroristi islamici attraverso i «barconi della morte». Negli ultimi giorni però, con l'avvicinarsi del voto del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sulle «azioni mirate» contro i trafficanti in Libia, da Tobruk sono arrivati gli ammonimenti all'Europa «a non entrare in acque libiche senza la nostra autorizzazione», pena il rischio di finire «bombardati» come è già accaduto a una nave turca.