Ignazio, morto dopo 31 anni di coma

L'incidente d'auto nel 1988, quand'era 22enne. I genitori: via dal lavoro per stare con lui

Brescia - Addormentarsi nel 1988 e vivere in stato di incoscienza fino al 2019. Un sonno lungo 31 anni, mentre il corpo invecchia e il mondo intorno cambia. «Cito» aveva 22 anni quando è entrato in quel lungo sonno. Pochi giorni prima si era dimesso il 47º governo della Repubblica di Giovanni Goria, Nelson Mandela era uscito di prigione per la prima volta dal 1964, in Canada si erano svolti i Giochi Olimpici Invernali. Oltre trent'anni in apnea fino a venerdì scorso, quando ha chiuso gli occhi per sempre a 54 anni, immobilizzato in un letto.

Era la notte tra il 19 e il 20 marzo del 1988 quando Ignazio Okamoto, madre bresciana e padre messicano ma di origini giapponesi, percorreva l'autostrada A22 del Brennero insieme ad altri quattro amici. All'improvviso l'auto sbanda, finisce contro un guard-rail, attraversa l'intera corsia sulla destra e si rovescia più volte nella scarpata. In tre restano gravemente feriti ma riescono a salvarsi, uno dei ventenni muore sul colpo, mentre «Cito» resta in coma. «Ogni tanto scendevano delle lacrime dai suoi occhi, ma non sapremo mai se davvero si rendeva conto di quello che c'era attorno al suo letto», raccontano gli amici che non lo hanno mai dimenticato. I ragazzi che quella maledetta notte erano con lui lo ricordano ancora benissimo e continuano a maledire quegli attimi tragici. Come Alessandro, che era alla guida dell'auto sull'A22 e che ha sempre portato un peso enorme sulle spalle. Alla camera ardente era seduto proprio a fianco alla bara, dopo aver sempre sperato in un miracolo. Per oltre tre decenni, invece, Hector e Marina sono stati al fianco del loro figlio, prendendosi cura di ogni aspetto della persona ma continuando ad avere una lucida consapevolezza della sua condizione.

«Fin da subito ci dissero che non si sarebbe più svegliato dal coma - spiega oggi la madre ma non ho mai pensato ad interrompere le terapie, mai pensato una sola volta al fine vita in questi 31 anni in cui io e mio marito ci siamo isolati dal mondo». Da quella notte quella della festa del papà la vita dei due coniugi è cambiata radicalmente. Dopo l'incidente proprio il padre Hector si licenzia per assistere Ignazio. Nel 2003 il Comune di Brescia gli riconosce il Premio Bulloni, assegnato a chi si è distinto per aver fatto del bene. Hector è infatti sempre rimasto al fianco del suo ragazzo, nel frattempo diventato adulto in stato di coma. «Ho pensato a Eluana Englaro, non era la scelta giusta per noi», ha detto al sito di Repubblica. Adesso, però, all'alba del 2020, mentre i due genitori invecchiavano, cominciavano ad interrogarsi sul futuro di Cito e sul luogo in cui avrebbero potuto lasciarlo per continuare a prestargli le cure. «E, invece, improvvisamente il suo cuore ha smesso di sbattere continua Marina -. Può sembrare strano data la sua condizione, ma proprio non ce lo aspettavamo».

La piccola comunità di Collebeato, in provincia di Brescia, dove Ignazio è sempre rimasto, ha partecipato in massa ai funerali. Il 54enne è stato sepolto con la sua maglia della squadra di baseball, che avrebbe dovuto indossare poche ore dopo l'incidente in una partita a Piacenza. L'ultima partita mai giocata. Sulla sua tomba brillerà l'immagine di un Ignazio giovanissimo. «Nell'immagine che abbiamo scelto aveva 17 anni - spiegano i genitori -. Cinque anni prima dell'incidente. Per tutti Cito è rimasto quel ragazzino».