Ilva ridotta a un processone Vendola rinviato a giudizio

Alla sbarra 47 persone per disastro ambientale. L'ex governatore: coscienza pulita Fiducia sul decreto che evita lo spegnimento dell'azienda siderurgica di Taranto

«S ento come insopportabile la ferita che mi viene inferta da un'accusa che cancella la verità storica dei fatti». Nichi Vendola, ex governatore pugliese, commenta in prosimetri anche il proprio rinvio a giudizio per l'accusa di concussione aggravata in concorso, decisa dal gup di Taranto Vilma Gilli nell'ambito dell'inchiesta sul presunto disastro ambientale che sarebbe stato causato dall'Ilva.

«Ho la coscienza pulita, quella verità è scritta in migliaia di documenti: ho rappresentato la prima e l'unica classe dirigente che ha sfidato l'onnipotenza dell'Ilva», ha aggiunto Vendola, punto nell'orgoglio. La delusione e lo sconforto paiono, una volta tanto, giustificati: il giudice dell'udienza preliminare ha accolto quasi per intero le richieste della procura della Repubblica, rinviando a giudizio 44 imputati e tre società (la stessa Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici). Due dei cinque imputati che avevano optato per il rito abbreviato sono stati condannati tra questi anche l'ex segretario del vescovo di Taranto don Marco Gerardo (10 mesi).

I proprietari della società siderurgica, Fabio e Nicola Riva (il padre Emilio è deceduto l'anno scorso), l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, l'ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, l'avvocato del Gruppo Riva Franco Perli e cinque fiduciari dell'azienda sono stati rinviati a giudizio con l'imputazione di associazione per delinquere per aver controllato «l'emissione di provvedimenti autorizzativi» nei confronti dello stabilimento finalizzati alla «prosecuzione dell'attività produttiva». Dal reato presunto dai pm deriverebbero quelli di disastro ambientale, di avvelenamento di sostanze alimentari e di omissione di cautele sui luoghi di lavoro. L'ex governatore è invece accusato di aver fatto pressioni sull'ex direttore dell'agenzia regionale per l'ambiente, Giorgio Assennato (anch'egli rinviato a giudizio), affinché non fosse troppo severo. Alla sbarra anche il sindaco di Taranto Ezio Stefàno e l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante.

È passata, dunque, in tutto e per tutto la tesi dei pm secondo cui i Riva avrebbero fatto prevalere l'interesse privato sulla tutela della salute pubblica. Da anni il procuratore della Repubblica Franco Sebastio si oppone, anche tramite sequestri cautelativi di conti correnti e opposizioni ai provvedimenti del governo, a qualsiasi tentativo di salvaguardare fabbrica e occupazione. Ecco perché ieri con una procedura non inusitata ma quantomai necessaria il governo ha posto la fiducia sul decreto fallimenti contenente una norma che evita il blocco dell'Altoforno 2 e quindi dell'impianto tarantino. La norma consente, anche in presenza di un sequestro giudiziario la prosecuzione dell'attività di impresa per massimi 12 mesi e previa la tutela della salute dei lavoratori. Certo, con quel decreto passano norme che consentono al settore bancario di dedurre le perdite su crediti in un anno solo e che, però, consentono alle imprese in concordato di continuare a finanziarsi.

«È un provvedimento indispensabile per poter continuare la produzione», ha dichiarato Piero Gnudi, uno dei tre commissari straordinari dell'Ilva, ieri alla Camera per un'audizione. L'altro commissario Enrico Laghi ha invece sottolineato che si continuano ad «avviare iniziative necessarie affinché le risorse attualmente non disponibili per noi in Svizzera lo divengano». Chiaro riferimento ai fondi sequestrati ai Riva il cui blocco rende impossibili gli investimenti necessari ad adeguare l'impianto alle nuove prescrizioni ambientali.

di Gian Maria De Francesco

Roma