Un indagato per l'omicidio del maliano

Agricoltore 43enne è il nipote di uno dei soci della fornace sequestrata

A due giorni dalla morte del giovane maliano Soumaila Sacko, i colpi di fucile che l'hanno ucciso mentre cercava di raccogliere delle lamiere in una fabbrica dismessa del Vibonese, potrebbero già avere una firma. Che non avrebbe a che fare né con motivi razziali, stando a quanto si apprende dagli investigatori, né con ambienti della criminalità organizzata, come invece inizialmente ipotizzato. Per ora l'unico iscritto nel registro degli indagati è un agricoltore di 43 anni: si tratterebbe del nipote di uno dei soci di minoranza della società proprietaria della ex fornace - sottoposta a sequestro giudiziario dal 2011 nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Vibo Valentia sullo smaltimento nella fabbrica di rifiuti tossici e pericolosi - dove il migrante, attivista sindacale dell'Usb con regolare permesso di soggiorno, in prima linea nella difesa dei lavoratori sfruttati della piana di Gioia Tauro, stava portando via delle lamiere insieme con altri due connazionali, rimasti feriti. Sono stati proprio loro a riferire ai militari dell'Arma la presenza sul luogo della sparatoria di una Fiat Panda bianca, ricordandosi anche una parte di targa, e a fornire un generico identikit da cui poi gli investigatori sono risaliti all'indagato.

A notificargli l'avviso di garanzia, con contestuale notifica di accertamenti tecnici «non ripetibili» sono stati ieri i carabinieri di Tropea e della stazione di San Calogero. Un passaggio necessario per poter sottoporre l'uomo, che si sarebbe presentato in caserma senza fornire alibi o spiegazioni, alla prova dello stub, l'esame per accertare la presenza di residui da sparo su mani e vestiti. Uno snodo centrale per le indagini. Infatti se dovesse risultare positivo, per l'uomo scatterebbe l'arresto per omicidio. Imputazione che per ora rimane senza alcuna aggravante, ma le indagini sono in corso e proseguono con il massimo riserbo per ricostruire movente e dinamica, e alla ricerca dell'arma che ancora non è stata ritrovata.

Ieri, dopo giorni di polemiche per il silenzio del governo che non aveva commentato il caso, un applauso proveniente da tutti i banchi dell'aula del Senato ha accolto le parole del premier Giuseppe Conte che ha ricordati il migrante ucciso così: «Non siamo e non saremo mai razzisti».

Commenti
Ritratto di bandog

bandog

Mer, 06/06/2018 - 09:51

Ma allora era un furto o un "esproprio proletario"??

maricap

Mer, 06/06/2018 - 10:11

«Non siamo e non saremo mai razzisti». Ma certo che non lo siamo e non lo diventeremo mai, ma tutta questa gente che viene qui per delinquere, o comunque per farsi mantenere da noi, (che già ce la passiamo male), va rimpatriata alla svelta. Prima che le condizioni economiche.( il welfare è già saltato da anni) ci impongano " Mors tua, vita mea.