Jobs Act, una sceneggiata degna del Gattopardo

Tra indennizzi e obblighi così la riforma del mercato del lavoro non cambia nulla

Il decreto di attuazione del Jobs act, riguardante l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, varato da Matteo Renzi alla vigilia di Natale dopo una lunga mattinata, appare scritto dal Gattopardo. Sembra che tutto cambi, ma il piccolo mutamento che c'è serve solo per non cambiare. L'innovatore di Firenze si è trasformato in un Azzeccagarbugli della vecchia politica.

Ciò che era in gioco era la questione dell'abrogazione dell'articolo 18 per i licenziamenti cosiddetti disciplinari, per i nuovi assunti con il contratto a tempo indeterminato a tutele progressive. Questo contratto è stato incentivato dal governo Renzi con un regime fiscale molto più favorevole di quello vigente per i contratti a tempo determinato, per le partite Iva e per gli altri contratti della legge Biagi. Per i licenziamenti, in questo nuovo contratto, si prevedono consistenti indennizzi, che vengono finanziati con un inasprimento dei contributi dei lavoratori autonomi. Ma nonostante questa imponente dotazione finanziaria, per i licenziamenti disciplinari - neanche per il nuovo contratto a tempo indeterminato valevole per i neo assunti - c'è il diritto a licenziare.

Infatti il decreto partorito faticosamente dal Consiglio dei ministri nel pomeriggio prima di Natale, dispone che, per i licenziamenti disciplinari, il lavoratore possa essere licenziato anche nei casi in cui non ricorrono le ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo o per giusta causa, in cambio di una indennità esentasse commisurata a un mese di «paga di fatto» per ogni anno di servizio, con un minimo di due mesi e un massimo di diciotto. Ma, per le aziende sopra i 15 addetti, secondo il testo del decreto prenatalizio, il lavoratore può rifiutare l'indennità e chiedere di essere riassunto.

Solo un ingenuo può credere che, con questo testo, per i nuovi contratti a tempo indeterminato, si realizzi un'importante innovazione, rispetto all'articolo 18. La norma tortuosa, che ho cercato di descrivere, è perfettamente superflua, salvo per l'esonero fiscale stabilito per l'indennizzo. Infatti, anche con le norme preesistenti, un lavoratore che si ritenga ingiustamente licenziato, può rinunciare a essere riassunto, in cambio di una somma di denaro. Il fatto che il decreto del 24 dicembre determini l'indennizzo in almeno due mensilità e in un massimo di diciotto non modifica la situazione esistente, perché anche ora il lavoratore con un anno di lavoro può pretendere almeno due mensilità. E se il lavoratore con 20 anni di anzianità ne volesse 20, lo Stato non lo potrebbe impedire. La sola differenza è che, con il nuovo decreto, le mensilità commisurate agli anni di servizio con il minimo di 2 e il massimo di 24, sono esentasse. Le altre no. Esenzione sensata e apprezzabilissima, ma che non serve a risolvere la annosa questione della sopravvivenza dell'articolo 18 per i licenziamenti disciplinari, rispetto al testo varato dal governo Monti, che nella sostanza non riuscì a scalfire la precedente situazione.

Monti e il ministro del Lavoro Elsa Fornero avevano dovuto arrendersi per i licenziamenti disciplinari di fronte al muro granitico di Cesare Damiano, che nel Pd è il dominus della politica del lavoro a prescindere dalla Cgil, dalla quale a volte dissente. Anche questa volta Damiano, presidente della Commissione lavoro della Camera, ha fatto muro e Renzi ha dovuto cedere.

Non ha potuto avere l'onore delle armi, si è dovuto accontentare di una frase tortuosa e di una briciola, consistente nel fatto che, con il suo decreto, i licenziamenti individuali, per i nuovi assunti, saranno consentiti anche alle imprese sopra i 15 addetti, nel caso di cause economiche.

Ma di solito le imprese di medie e grandi dimensioni, che hanno bisogno di sfoltire il personale e non possono selezionare gli addetti da licenziare, ricorrono ai licenziamenti collettivi, per i quali rimangono le regole vigenti.

Dunque la nuova regola è utile solo per le imprese di piccola dimensione, appena sopra i 15 addetti, per i nuovi assunti.

Serve per poter dire che qualcosa è cambiato, mentre nulla è realmente cambiato, salvo per qualche impresa cooperativa. Una «gattopardata», appunto.