Un innocente in cella e un colpevole libero

Quando andai a vivere a New York nel 1966 vidi che cosa significa una giustizia veloce e senza sprechi: il tizio che aveva sfondato a martellate la vetrina dell'orologiaio, arrestato alle tre del mattino, prima di mezzogiorno era di fronte al suo giudice: una donna nera dall'aria cattivissima. «Colpevole o non colpevole?», chiese all'arrestato. E aggiunse: «Non oserà sfidare l'ira degli onesti cittadini che pagano le tasse e le spese di un processo, dichiarandosi innocente quando sa di essere colpevole, o la pagherà carissima. Allora?». «Colpevole, vostro onore». Sette processi su dieci finiscono in America senza cominciare, perché nei Paesi che non discendono dagli eterni fasti del Diritto Romano il giudice giudica sempre. Come i pompieri. O i pronto soccorso. Siede in tribunale 24 ore al giorno. Da noi c'è invece una giustizia paralizzata dalla mancanza di cortesia, orari, cancellieri, conoscenza dei dossier, stanze, computer, nella generale incertezza del diritto di cui ci consideriamo sia la culla che la bara. Tutte le smargiassate pentastellate sulla prescrizione sono scorciatoie rabbiose che simulano una procedura rivoluzionaria, perché costoro non hanno la più pallida idea di come riprendere il controllo dei tribunali e di chi ci lavora, cosa fattibile erogando la spesa necessaria per fornire tutto quel che serve, senza ledere i diritti della difesa. Per loro è sempre meglio un innocente in galera che un colpevole libero, perché sono i nemici della società liberale.