(In)sicurezza all'italiana La giustizia è paralizzata

A Napoli file interminabili per entrare in tribunale E gli avvocati sfondano una vetrata: 5 agenti feriti

Napoli La sclerosi della giustizia. Dopo la tragedia milanese, il paradosso napoletano. Sembrava un delirio collettivo quello di ieri davanti al Tribunale di Napoli, dove già alle 7 del mattino si erano formate lunghissime file nel centro direzionale per entare a palazzo di giustizia.

Molti avvocati avevano scelto di anticipare l'arrivo per poter entrare prima, dopo i forti disagi registrati già lunedì. Ma è dopo circa tre ore di attesa dall'apertura delle porte che la tensione è aumentata: sostenuto dall'unanime grido di «vergogna» verso i responsabili della sicurezza, un gruppo di avvocati ha prima bloccato uno dei tre accessi al Palazzo, dopo di che ha tentato di sfondare il varco d'ingresso protetto da una vetrata. Nella devastazione del vetro sono rimasti feriti due agenti della polizia penitenziaria, tre agenti della polizia di Stato e una giovane avvocatessa. Colpa dell' «effetto Milano», delle nuove regole di accesso ai Palazzi di Giustizia dopo l'incubo scatenato dalla strage compiuta da Claudio Giardiello giovedì scorso nel tribunale del capoluogo lombardo.

Intanto due avvocati, un uomo e una donna, che hanno partecipato all'«assalto» napoletano sono stati identificati e denunciati. Ieri la Camera Penale aveva in un primo momento proclamato l'astensione dalle udienze, per poi far rientrare la protesta, nonostante rimanga forte lo stato di agitazione. A Napoli emblematici sono stati i problemi di carattere logistico: qui, infatti, chi entra deve sottoporsi al metal detector e deve esibire documenti personali che devono essere scannerizzati. Inoltre, i dati vengono conservati soltanto sino alla mezzanotte del giorno stesso, dopo di che scatta il reset. Tutto legittimo e necessario, anche se evidentemente non si è pensato di provvedere all'incremento dei dispositivi di sicurezza: un solo metal detector, soltanto due scanner. Insomma, non era difficile prevedere disagi e reazioni come quelli di ieri mattina. Le difficoltà rimangono e il dover scegliere tra sicurezza e giustizia rappresenterebbe l'ennesima bandiera del fallimento italiano. Come si può dunque ottenere i servizi di controllo nei fortini della legge, garantendo anche un fluido funzionamento della macchina della giustizia? Negli Stati Uniti, tanto per rimanere in tema di sicurezza, sono gli uffici dei «Marshal» ad occuparsi sia della sicurezza dei magistrati che dei palazzi di giustizia, assistiti da sistemi di sicurezza all'avanguardia e di numero necessario al flusso di ingressi. Intanto, mentre gli avvocati partenopei raccolgono addirittura la solidarietà degli agenti di polizia penitenziaria, in teoria schierati dall'altra parte, dopo gli incidenti il procuratore generale della Repubblica di Napoli, Luigi Mastrominico, ha dato disposizione, per motivi di ordine pubblico, di consentire l'accesso agli avvocati con la sola esibizione del tesserino e non passando per i metal detector. Un compromesso che però non decreta la fine del problema. Ma l'attentato di Milano ha fatto sì che si aprisse anche un'altra discussione nei salotti politici e televisivi: quella dell'uso delle armi. In Italia il livello di tensione sociale e di rischio sicurezza cresce quotidianamente e il rischio è che l'esasperazione porti a sempre più diffusi episodi di violenza.

Ieri Matteo Renzi così si è espresso all'inaugurazione dell'anno accademico della Scuola unica dell'intelligence: «Quello che è accaduto a Milano ci lascia attoniti e ci chiama ad un impegno più deciso contro la proliferazione di armi e per la difesa della strutture giudiziarie per le quali bisogna immaginare il passaggio della sicurezza in carico allo Stato». Perché la crisi e la disoccupazione non bastavano, ora gli italiani devono anche aver paura di uscire di casa.