Il jihad spiegato ai bimbi: «Niente catastrofismi»

Il dottor Pellai: «I piccoli vanno rassicurati, possiamo farlo solo noi»

Serena CoppettiÈ la bomba che entra in casa. Una, due tre, quattro nel centro di Bruxelles e poco dopo dentro la nostra cucina, nel salotto, in camera. Mentre siamo nel pieno della nostra tranquillità. A cena, con i compiti da finire, la pasta da scolare, i giochi da mettere a posto. La televisione fa esplodere quelle bombe non solo nelle nostre vite ma anche in quelle dei nostri figli. Piccoli, piccolissimi o grandi. Con gli occhi sgranati fissano il fumo, la gente che corre, che sanguina. Ascoltano le grida. Poi ti guardano. A volte chiedono. Perchè quelle persone sono state uccise? I terroristi possono venire anche qui da noi? Chi sono i kamikaze? Altre volte non dicono nulla con le parole, ma la paura è lì. La leggi negli occhi. La senti, quasi la puoi toccare. Charlie Hebdo, il Bataclan, poi il Belgio... Ecco, ancora una volta, tu genitore devi dire qualcosa. Devi spiegare. Già, ma come? Cosa? Quali parole usare? E soprattutto fino a dove devi o puoi spingerti per non contribuire a rappresentare un mondo senza speranza? Abbiamo chiesto un aiuto a Alberto Pellai, psicoterapeuta dell'età evolutiva e soprattutto autore (con Edgar Morin, Marco Montanari e Riccardo Mazzeo) del libro «Parlare di Isis ai bambini» (ed. Erickson). E per cominciare lui mette un confine: l'età. C'è un confine che sta tra i 9 e i 10 anni, lì dove nasce il pensiero astratto, lì dove nascono nessi di causa effetto tra gli eventi. «Prima dei 9 anni, il telegiornale è uno dei peggiori programmi da far vedere ai figli perché impacchetta in 30 minuti il peggio della vita nel mondo. Lì, c'è solo lo squilibrio della tragedia dove i più piccoli vengono travolti senza avere i mezzi per poter elaborare quello che percepiscono. E noi, genitori siamo l'unico tramite che loro hanno». Prima dei 9 anni bisogna stare attenti dunque «a non entrare nel catastrofismo». La tragedia che entra nelle nostre case cambia il modo di percepire il «qui e ora» dei nostri figli. «Le automatiche reazioni emotive dei genitori caricano il nostro volto di angoscia e i bambini piccoli non hanno nessun criterio per capire che quello che sta succedendo non è dentro casa», sottolinea Pellai. Ecco perché frasi come «non si può più vivere», «non siamo più al sicuro da nessuna parte» che a noi sembrano quasi banalmente scontate trasmettono ai figli un messaggio ben preciso e cioè che «noi, genitori, comandanti al timone di una nave in mezzo alla tempesta abbiamo perso il controllo. La vittimizzazione rende tutti a rischio». Invece con i più piccoli bisogna mantenere «la compattezza emotiva». Spiegare che «non siamo un posto di guerra, che nel nostro qui e ora c'è un senso di sicurezza, che nel mondo ci sono poliziotti, intelligence, politici che lavorano per la nostra protezione. Solo il volto e le parole di noi genitori possono costruire fiducia». Essere sempre consapevoli che papà e mamma sono il tramite delle emozioni. E quindi non esitare a dire: «certo che queste tragedie fanno paura ma mentre lo si dice racchiudere i figli in un abbraccio per fare sentire che qui e ora si può stare al sicuro. Un genitore spaventato, spaventa». Sbagliato far finta di niente, ma anche «restituire a chi sta crescendo una visione catastrofica del futuro come un dato di fatto». «Il mondo è pieno di pericoli che noi vediamo attraverso i mezzi che abbiamo a nostra disposizione e che i nostri nonni ad esempio non percepiano. Però poi andavano in guerra e vedevano la morte in faccia. La nostra interpretazione della realtà è molto medializzata». Razionalità. Mente fredda, come comandanti al timone di una nave nella tempesta. E con i più grandi, passare l'idea che viviamo in un mondo complesso «dove il terrorismo è una frangia estrema di una realtà più ampia che in quello non si riconosce».