Il killer di Elisa e quegli sms alla vittima dopo il delitto

Piange, si dispera, proclama pentimento: davanti al giudice preliminare, nel carcere di Piacenza, Massimo Sebastiani arriva al punto di affermare che, dopo avere ucciso Elisa Pomarelli, avrebbe voluto suicidarsi, ma non ha trovato un'arma. L'arma per ammazzarla, invece, l'aveva trovata: le sue manoni grande e grosse, con cui l'ha strangolata nel pollaio di casa, al termine dell'ultimo litigio. «L'omicidio non è stato premeditato ed è stato commesso in un contesto di malessere psicologico», sostiene ieri uscendo dall'interrogatorio il difensore di Sebastiani. Ma poche ore prima, il sito del quotidiano locale La Libertà aveva pubblicato un documento che dimostra come, nonostante il suo «malessere psicologico» il primo pensiero di Sebastiani, dopo avere ucciso la ragazza, fosse quello di crearsi un alibi: e infatti le manda due messaggi con il suo cellulare, a due ore di distanza.

«Taty scusa se mi sono arrabbiato, ma mettiti nei miei panni e fatti sentire», le scrive alle 16.48; e alle 18.37 aggiunge «Taty, va beh. Rispondi quando riesci». Il senso dei due messaggi a una destinataria che non poteva più rispondere è chiaro: Sebastiani sa di essere il primo sospettato, teme anche che qualcuno possa averlo visto litigare con Elisa, così lascia sul telefono della ragazza una sorta di depistaggio, fa cenno al litigio ma finge di credere che sia ancora viva, che non sia successo niente.

E invece era già successo tutto, nel pollaio della casa di Sebastiani a Campogrande: tra le 14,11, quando le telecamere vedono i due entrare insieme, e le 14,21, quando inquadrano l'uomo uscire portando in braccio la ragazza esanime. Ieri, davanti al giudice, aggiunge una sequenza successiva: dice di avere portato il corpo di Elisa in un bosco e di essere rimasto a vegliarlo per due giorni. «Sono pentito», dice Sebastiani adesso che lo hanno catturato. Ma in quei giorni di agosto più che a pentirsi pensa a come farla franca: così dopo quei due giorni capisce che il corpo non può più restare lì, a ridosso di casa sua, dove prima o poi i carabinieri lo troverebbero. Così va a casa dell'amico Perazzi, sceglie con cura un punto scosceso, quasi inarrivabile, scava una fossa e vi butta Elisa. Lì è impossibile trovarlo, e infatti i carabinieri nei giorni successivi lo sfiorano invano.

Non sono le mosse di chi ha avuto un raptus, ma quelle di un assassino lucido. Eppure ieri il suo legale dice che quella di Sebastiani era una «ossessione affettiva» e che chiederà una perizia psichiatrica.