L'ad conferma: restituiamo l'impianto

Il via alla procedura già oggi. Nazionalizzare costerebbe 4 miliardi

Arcelor Mittal ha ribadito di voler lasciare lo stabilimento e avviare già oggi la procedura con cui restituire gli impianti Ilva all'amministrazione controllata, avviando la procedura di cessione di ramo d'azienda. È quanto spiegano fonti sindacali dopo l'incontro a Taranto tra l'ad Lucia Morselli e i sindacati territoriali di Fim Cisl, Fiom Cigl e Uilm.

Un enorme déjà-vu che avvicina il caso dell'Ilva a quello di Alitalia. Che una cosa ha insegnato: la Cassa depositi e prestiti (Cdp) non può intervenire per salvare società in crisi, né nel settore aereo, né in quello dell'acciaio. Ecco, dunque, che il suo ingresso nella partita evocato dal leader di Italia viva, Matteo Renzi, (che ieri ha poi smentito l'ipotesi), appare come poco più di una boutade. In particolare perché lo statuto (articolo 3) fissa paletti molto stringenti rispetto a un intervento del gruppo guidato da Fabrizio Palermo, laddove, nel definire l'oggetto sociale della spa di via Goito, si vincola l'assunzione, anche indiretta, di partecipazioni alla «stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico» delle società tirate in ballo e «alle adeguate prospettive di redditività». In secondo luogo, l'Europa ci guarda e un suo intervento farebbe scattare l'immediato cartellino rosso di Bruxelles per aiuto di Stato.

Ma chi potrebbe a questo punto voler puntare sull'acciaieria di Taranto le cui prospettive di rilancio appaiono compromesse? All'orizzonte potrebbe ripresentarsi la società indiana Jindal delle acciaierie ex Lucchini (senza Cdp). Ma la situazione è fosca, come ricordava anche Federacciai nell'ultima assemblea, l'industria europea dell'acciaio arranca, sotto il pressing di competitor come la Cina e gli Stati Uniti, ma anche la Turchia e l'India. E il caso del tracollo dell'ex Ilva di Taranto non è che la punta dell'iceberg di una crisi che accusa il colpo delle manovre sui dazi e del rallentamento dell'economia mondiale che ha innescato la brusca frenata di un mercato cruciale per la crescita e lo sviluppo come quello dell'automobile. Per l'Italia, la produzione di acciaio dell'intero 2019 è vista in calo del 4,1%, contro un ribasso medio per i Paesi dell'Unione europea pari al 3,1%.

L'ipotesi più accreditata è che il governo faccia di tutto per trovare un accordo con Mittal, anche ripristinando una sorta di tutela penale: casus belli chiamato in causa da Arcelor Mittal per il passo indietro. Ma secondo fonti vicine alla vicenda, «il cavaliere bianco in fuga» potrebbe a quel punto forzare la mano e chiedere il «sacrificio» di una parte dei lavoratori alla luce del calo della produzione.

D'altra parte nazionalizzare vorrebbe dire mettere in campo oltre 4 miliardi. Basti pensare che Arcelor Mittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, produttivi per 1,2 miliardi e a pagare la ex Ilva, una volta terminato il periodo di affitto (18 mesi a partire dal primo novembre 2018), 1,8 miliardi (detratti i canoni già versati). Ma se si ipotizza che l'intero stabilimento venga chiuso, l'impatto annuo sul Pil sarebbe, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, di 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi concentrata al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9. miliardi nel Centro-Nord. È quanto stima lo Svimez, secondo cui, la contrazione dell'economia sarebbe dello 0,2% a livello nazionale e dello 0,7% nel Mezzogiorno.