L'Aquila, in cella 14 neofascisti Volevano uccidere pm e politici

Operazione contro il terrorismo «nero»: secondo le indagini erano pronti a comprare armi ed esplosivo. Nel mirino anche alte cariche istituzionali e gli uffici di Equitalia

Puntava in alto «Avanguardia ordinovista», l'organizzazione di estrema destra smantellata ieri dal Ros. Per farlo, però, i 14 neofascisti, finiti in manette, avevano bisogno di cariche esplosive e kalashnikov, perché consapevoli che un «nuovo Italicus» o «attentati capaci di sovvertire ordine istituzionale e stabilità sociale» non si programmano senza arsenali di armi.

L'operazione «Aquila nera», scattata in Abruzzo, Campania, Lombardia, Piemonte e Lazio coordinata dalla procura dell'Aquila, ha smantellato un gruppo di estremisti che progettavano azioni contro cariche istituzionali, procure, questure, uffici Equitalia e magistrati. Al vertice c'era Stefano Manni, 48 anni, ex carabiniere e parente di Gianni Nardi, che negli anni '70 era esponente di spicco di Ordine nuovo. Ed era proprio a questo modello che si rifaceva «Avanguardia ordinovista», di cui faceva parte Marina Pellati, 49 anni, che aveva il compito di cercare proseliti sui social , Luca Infantino, 33 anni, delegato a programmare azioni violente, Katia De Ritis, 57 anni, che sceglieva gli obiettivi fisici da colpire, Ornella Garoli, milanese 53 anni e Franco Grespi, 52 anni, che secondo il gup aveva dato già la sua disponibilità a uccidere Marco Affatigato (ex ordinovista ora latitante) giudicato «infame poiché legato ai servizi segreti». In cella anche Piero Mastrantonio, 40 anni, Maria Grazia Callegari, Emanuele Pandolfina Del Vasto, Franco Montanaro e Franco La Valle, appartenenti a «Confederatio». Ai domiciliari, invece, Monica Malandra, Marco Pavan e Luigi Di Menno di Bucchianico. Tra gli indagati, una cinquantina, c'è invece il novantatreenne Rutilio Sermonti, ex Ordine nuovo, considerato l'ideologo, che aveva già scritto una «nuova costituzione repubblicana», marcatamente fascista.

La Procura ha scoperto che i neofascisti usavano Facebook in due modi: avevano un canale riservato ai sodali sui cui discutevano i progetti eversivi e un profilo pubblico in cui incitavano all'odio razziale. «Nei post repertati dal Ros - scrive il gip Romano Gargarella - Manni istiga i suoi amici a mettere in atto di azioni eversive nei confronti di personalità dello Stato come Napolitano, Boldrini, Monti e Kyenge». Gli albergatori che offrivano alloggio agli immigrati, invece, secondo Manni avrebbero dovuto essere puniti con la morte dei figli. C'era un piano per tutto: per aumentare gli adepti si pensava a «campi hobbit», alla fondazione di un partito per intrufolarsi in politica, ad unire le forze con i gruppi di estrema destra e a compiere rapine e truffe per finanziare l'acquisto di armi. A tal proposito Manni e Grespi in un'intercettazione del Ros parlano di comprare «caramelle» da mille euro l'una, alludendo ai kalashnikov e a «botti» da 400 euro, intendendo esplosivi per colpire «non alla cieca» ma percorrendo la «via dell'Italicus», l'attentato al treno Roma-Monaco in cui morirono 12 persone. Dall'indagine risulta anche che Katia De Ritis aveva già individuato il governatore dell'Abruzzo Gianni Chiodi e l'onorevole Pier Ferdinando Casini obiettivi facili da colpire, poiché privi di scorta. «Crediamo di essere arrivati prima che l'organizzazione entrasse in azione - ha spiegato il procuratore distrettuale antimafia Fausto Cardella - i progetti c'erano, non potevamo correre il rischio di scoprire dopo quanto fossero concreti».