Lega e 5 Stelle all'assalto Rai La spartizione entro agosto

È duello tra Salvini e Di Maio in vista delle Europee Matteo vuole Giordano al Tg1, il secondo spinge Gomez

I l piano del Blitzkrieg è chiarissimo: entro agosto, Lega e Cinque Stelle vogliono chiudere l'intero organigramma Rai. Direttori di rete, di tg, conduttori, trasmissioni di intrattenimento popolare (veicoli di propaganda ancor più utili dei soliti noiosissimi talk show politici), rubriche e previsioni del tempo. Una blindatura a 360 gradi dell'informazione pubblica, in vista dei nuovi palinsesti da presentare in autunno. Obiettivo: garantirsi la campagna elettorale per le elezioni europee.

Si vota in primavera, e Salvini e Di Maio vogliono avere le proprie batterie propagandistiche schierate: di qui la grande fretta con cui si sta procedendo alla lottizzazione del gran baraccone di Viale Mazzini, da varare nel Consiglio dei ministri di oggi. Fin qui, d'amore e d'accordo. Sul come, iniziano i guai: sia il partito della Casaleggio che il Carroccio vogliono le postazioni migliori, e quindi litigano. Il braccio di ferro in corso su presidente e direttore generale prelude alla battaglia su tutte le altre poltrone: Salvini chiede Giovanna Bianchi Clerici alla presidenza, e ha fatto sapere: «O mi date quella e il Tg1 o faccio saltare il vostro direttore generale». Il candidato dg più accreditato resta Fabrizio Salini. Il problema, però, è che per legge il presidente Rai deve avere il sì dei due terzi della Commissione di Vigilanza, quindi servono i voti dell'opposizione. Forza Italia e Pd stanno cercando di mettersi d'accordo su un nome da imporre alla maggioranza: si parla di Giovanni Minoli.

Per uscire dall'impasse e ampliare il giro di poltrone da scambiare e con cui tener buona la Lega, i Cinque Stelle hanno quindi aperto in quattro e quattr'otto il dossier Ferrovie, facendone saltare il Cda.

Nel caos in corso interviene con durezza il presidente della Vigilanza, il forzista Alberto Barachini, richiamando la maggioranza al rispetto delle regole: la legge, ricorda, «riserva la competenza sulle nomine dei direttori all'amministratore delegato, previo parere obbligatorio del Consiglio di amministrazione, parere che, nel caso dei direttori di testata, è vincolante se espresso con la maggioranza dei due terzi». Insomma, non possono essere Di Maio e Salvini, tête-à-tête, a spartirsi allegramente testate, reti e trasmissioni come ai tempi del Minculpop. Per questo Barachini fa sapere di aver chiesto al ministro dell'Economia Tria e al vicepremier Di Maio, che si è tenuto stretta la delega alle Comunicazioni, di andare a spiegare le loro intenzioni in Vigilanza, rispondendo alle domande del Parlamento. Pd e Fi, che avevano sollecitato l'intervento, plaudono all'intento di fare chiarezza «sulle notizie (non fake news) riportate dai giornali sui casting da parte del governo sulla Rai», dice Giorgio Mulè.

Ma il totonomine continua ad impazzare: Salvini vorrebbe al Tg1 Mario Giordano (importato da Mediaset), Gennaro Sangiuliano o l'interno Luciano Ghelfi. I Cinque Stelle non vogliono mollare la poltrona: «Spetta a noi, in quanto primo partito», spiegano con il candore di un Mastella dei tempi d'oro. Forse non per Milena Gabanelli, che invece potrebbe essere piazzata a dirigere da par suo l'informazione web della Rai. Ma di neo-grillini entusiasti pronti a dirigere qualcosa per Di Maio ce ne sono tanti altri, in Rai e fuori. C'è chi indica Peter Gomez del Fatto. E in quota Casaleggio viene data anche Federica Sciarelli, reginetta dell'audience con il trash di «Chi l'ha visto» e nota per la affettuosa amicizia col pm Woodcock: potrebbe andare a Rai3.