La leggenda del sacro potatore "Ho sfrondato gli ulivi di Gesù"

Il giardiniere del paese di Leonardo da Vinci chiamato nell'orto del Getsemani per curare gli alberi che videro la Passione: "Non sapevo da dove cominciare..."

«Appena li ho visti, ho preso a girarci intorno. Avevo paura, non sapevo da dove cominciare. Se non fosse stato per la cupola d'oro della Moschea di Omar, che si stagliava oltre le foglie sullo sfondo, avrei pensato di trovarmi nel mio podere. Ma quelli erano gli ulivi dell'agonia di Nostro Signore: hanno le radici nel terreno intriso del suo sudore trasformato in sangue, hanno assistito al tradimento di Giuda e all'arrivo della folla di farisei armata di spade e bastoni, hanno visto l'arresto e l'apostolo Pietro che taglia un orecchio al servo del sommo sacerdote e Gesù che raccoglie il padiglione insanguinato da terra, lo riattacca al malcapitato e rimprovera il discepolo ingiungendogli di riporre la spada nel fodero perché “chi di spada ferisce, di spada perisce”». Marco Peruzzi, maestro potatore e giardiniere di Vinci, il paese natale di Leonardo, è rimasto come paralizzato sulle falde della collina più alta di Gerusalemme a chiedersi se fosse preferibile una spuntatura ornamentale oppure agreste. Poi ha raccolto il coraggio a due mani e ha cominciato a tagliare. Una fronda qui, un ramo là. «A ogni colpo di cesoia, mi ripetevo: occhio, Marco, ché, se sbagli, mica li puoi riattaccare».

Peruzzi, 50 anni fra tre giorni, finora s'era occupato soltanto degli ulivi dei clienti e dei 100, ancora piccini, che s'è piantato dopo la gelata del 1985, dai quali ricava altrettanti litri d'olio per il proprio consumo: «Troppi 100 litri d'olio per una sola famiglia? Qui si frigge solo con quello. E al mattino io ci condisco l'insalata, la mia colazione: mi tiene basse le transaminasi». Mai avrebbe pensato d'essere chiamato a occuparsi delle piante più famose del mondo, quelle del Monte degli Ulivi. La Passione di Cristo ebbe inizio sotto quegli otto alberi secolari che nessuno può toccare, monumenti vegetali inaccessibili ai pellegrini, protetti da grate e inferriate, circondati da incongrue aiuole delimitate da sassi con bordure di piante officinali e violette, a loro volta separate da vialetti di ghiaino cimiteriale.

La scena, narrata nei Vangeli sinottici, è arcinota. Finita l'ultima cena, Gesù scende con i discepoli nella valle del torrente Cedron, appena fuori Gerusalemme est, oltre quella Porta d'Oro che solo pochi giorni prima aveva varcato trionfalmente, osannato come «colui che viene nel nome del Signore». Nella Valle del Cedron (dall'ebraico qidròn, oscuro), conosciuta anche come Valle di Giosafat, secondo il profeta Gioele avverrà il giudizio universale alla fine dei tempi. La forra separa la Città santa dal giardino del Getsemani, dove il Maestro lascia i discepoli, invitandoli a rimanere svegli, e si allontana a pregare nell'uliveto. Ma, tornato poco dopo, li trova invece addormentati ed è costretto a rimproverare Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Matteo 26, 40-41).

Oggi quel luogo è un podere formato da quattro diversi appezzamenti, tutti di proprietà dei francescani della Custodia di Terra santa: la Valle di Giosafat; il giardino del Getsemani; il romitaggio; la grotta degli apostoli. Il primo non è accessibile e lo Stato d'Israele vorrebbe espropriarlo per renderlo pubblico. Il secondo, un tempo appartenente a 24 musulmani, custodisce gli otto ulivi acquistati nel 1681 dai frati minori (in origine erano nove, ma una pianta fu tagliata da uno dei possidenti arabi, che nel giro di un anno morì insieme con tutta la sua famiglia). Il terzo comprende 200 ulivi sui quali Peruzzi ha lavorato gratis per una settimana, 10 ore al giorno. Il terzo era un frantoio dove un tempo, da marzo a ottobre, si lavoravano le olive e, nei rimanenti mesi, trovavano alloggio i viandanti e fra questi Gesù con gli apostoli; quasi certamente ne era proprietaria la famiglia di Marco, il futuro cronista della buona novella, che infatti nel capitolo 14 del suo Vangelo cita «un giovanetto rivestito soltanto di un lenzuolo», il quale fu fermato dopo l'arresto del Nazareno e «fuggì via nudo», un'annotazione ritenuta autobiografica da molti esegeti.

Non è stato facile, per il «sacro potatore» da Vinci, superare le resistenze dei suoi familiari: «Padre, moglie e suocera non volevano lasciarmi partire per Gerusalemme. Erano arrabbiati. E non avevano tutti i torti: sono arrivato proprio nel giorno in cui due terroristi palestinesi, poi stecchiti dalla polizia, hanno attaccato con pistole e mannaie una sinagoga, uccidendo quattro rabbini e un agente. Ho visto un assembramento per strada. Mi è stato spiegato che le forze di sicurezza stavano abbattendo la casa degli autori dell'attentato, una misura ritorsiva applicata dagli israeliani come deterrente dopo ogni raid».

Perché chiamare un giardiniere dall'Italia? Non ce ne sono di bravi fra gli israeliani o gli arabi cristiani?

«Nel 2011 mi ero ben piazzato al primo campionato mondiale di potatura degli alberi d'ulivo, svoltosi a Taybeh, l'antica Èfraim del Vangelo di Giovanni. Deve sapere che quello è l'ultimo villaggio interamente cristiano della Terra santa. Nel 2000 il professor Giovanni Gianfrate, già docente di economia all'Istituto agrario di Firenze, storico dell'olivicoltura nel Mediterraneo, ha curato un piano di sviluppo che ha fermato l'esodo dei contadini da Èfraim. Poi ha cominciato a occuparsi del Monte degli Ulivi. È stato lui a invitarmi laggiù».

Che età hanno gli ulivi?

«Gli otto del Getsemani sono i più antichi al mondo. Una ventina di ricercatori del Cnr, coordinati da Gianfrate, li hanno datati prima con l'esame del carbonio 14 e poi con una nuova metodologia. Due laboratori, uno di Vienna e l'altro di Lecce, hanno confermato con il medesimo scarto - 50 anni in più o in meno - che risalgono al 1160».

Credevo all'epoca di Cristo.

«L'ulivo è un cespuglio immortale. La chiesa bizantina del Getsemani, abbattuta da Cosroe II di Persia nel 614, fu ricostruita nel 1155 dai crociati. In quell'occasione vennero tagliati i polloni superflui che spuntavano dalle ceppaie rimaste vive dopo la distruzione a opera dei persiani, in modo da far rinascere gli ulivi cresciuti fino ai giorni nostri».

Oggi in che condizioni sono?

«Quasi fossilizzati. Ma continuano a buttare nuovi polloni. Sono stati compiuti errori madornali che mettono a repentaglio la loro conservazione».

Per esempio?

«Piantarci accanto l'alberino di Papa Francesco, un ulivo arrivato dalla Patagonia. E diserbare. L'erba produce vita. Dove c'è secco, muore tutto. L'ho detto anche a fra' Diego: osserva come ha fatto il buon Dio e fai lo stesso».

E come ha fatto Dio?

«Ha messo nel Getsemani tanto trifoglio. Dunque bisogna seminare quello, non i fiorellini. Qualcosa vorrà pur dire se sulla Sindone sono stati isolati pollini di Trifolium repens e fragiferum».

Chi è fra' Diego?

«Diego Dalla Gassa, il rettore del romitaggio, un francescano vicentino originario di Chiampo, prete dal 2008. È stato campione di taekwondo, arte marziale coreana. Aveva la passione per le auto da rally e le moto truccate. A 20 anni, già fidanzato, diventò paracadutista della Folgore e partì per la Somalia con la missione Restore Hope. Al ritorno, accompagnò un amico ad Assisi. Entrò per caso nella basilica di San Francesco. “Fu come leggere la mia vita su quei muri”, mi ha raccontato. Quattro anni dopo entrò nei frati minori».

Ha scelto la pace.

«Di giorno il Getsemani è un casino di pullman, visitatori, tassisti che suonano il clacson all'impazzata. Ma la sera, quando il sole fa brillare la Cupola della Roccia da dove secondo i musulmani Maometto sarebbe asceso al cielo, si spandono nell'etere solo il rintocco delle campane e il canto del muezzin e avverti che quel luogo, con le tombe dei frati all'ombra degli ulivi, ha qualcosa di speciale. Lì ti senti in pace con il mondo».

Lei è credente?

«Non so se l'ulivo l'abbia creato Jahweh o Allah. Ma di sicuro è stato Dio a piantarlo sulla terra. Due anni fa venne a trovarmi una coppia di amici dal lago di Garda, atei, con i loro due bambini. Era il 10 agosto, San Lorenzo. Li portai a visitare il museo di Leonardo da Vinci. Alla vista di ogni invenzione - l'elicottero, la camera oscura, lo scafandro - la bambina domandava: “Questo chi l'ha fatto?”. E la madre rispondeva sempre: “Leonardo”. Giunti sul terrazzo, c'era in cielo una luna esagerata. “Mamma, anche quella l'ha fatta Leonardo?”, chiese la figlia. La signora rimase zitta. Mi fece capire tante cose».

Che qualità di olive produce il Getsemani?

«Ogni ulivo, messo a dimora in un certo luogo, dà frutti diversi di difficile classificazione. Gli otto alberi secolari hanno tutti lo stesso profilo genetico. Gianfrate ritiene che alcuni loro eredi siano finiti in Dalmazia per compensazione».

Per compensazione che significa?

«Che da quella regione adriatica la Serenissima portò a Gerusalemme il legno di quercia con cui, mentre veniva riedificato il santuario del Getsemani, fu anche rifatto il tetto della basilica della Natività a Betlemme. Infatti le travi della chiesa hanno la stessa età degli ulivi. Ecco perché si può ipotizzare uno scambio di alberi fra la Repubblica di Venezia e la Terra santa».

Che olio danno?

«Pessimo, a mio giudizio. Ma non dipende dalla qualità. È che i frati si servono di un frantoio dove gli israeliani lavorano per prime le proprie olive, mentre per ottenere un prodotto eccellente i frutti vanno spremuti appena staccati dalla pianta. Per fortuna si usa solo come olio santo, un po' come l'acqua del Giordano, imbottigliata e trasformata in souvenir per i battesimi».

Da chi ha imparato a potare?

«Dal nonno paterno. Finita la terza media ero già nel podere. Ricordo che la brucatura delle olive a novembre si faceva stendendo sotto le piante i vecchi paracadute degli Alleati recuperati durante la seconda guerra mondiale».

In Israele ha usato i suoi attrezzi?

«Impossibile imbarcarli sull'aereo. Mi sono dovuto accontentare di quello che passa il convento: cesoie vecchie di 50 anni e seghetti mezzo arrugginiti».

Poteva portarsi a casa un pollone.

«Il guardiano palestinese mi ha lasciato prelevare nel Getsemani solo tre olive. Avrei potuto lavarle con acqua e soda caustica e piantarle nel mio podere. Mai pensato di farlo. Le cose finte non mi garbano, a cominciare dalle puppe rifatte delle donne. Il Monte degli Ulivi è quello là, punto e basta».

Quanti ulivi ci sono in Italia?

«C'è chi dice 180 milioni. La cifra esatta non la conosce nessuno. Una ventina d'anni fa l'Istituto geografico militare aveva avviato un catasto, ma fu subito bloccato. Sa com'è, i contributi della Ue vengono erogati in base al numero delle piante dichiarate... Sarebbe finita in galera troppa gente».

Quanto costa un ulivo?

«Otto euro la pianta di due anni. Ma entra in produzione piena come l'uomo: a 20. Solo che è prolifico almeno per un'età doppia: fino a 160».

Che mi dice della xylella, che sta facendo strage degli ulivi pugliesi?

«Tanti anni fa infuriava il cancro dei cipressi. Sembrava che fossero destinati a estinguersi. Invece esistono ancora. Passerà anche la xylella. Ogni albero riesce a trovare le sue difese. È che questo parassita per ora non ha un nemico. Bisogna studiare e individuarlo».

Secondo Pino Aprile, autore di Terroni , basta fare come i vecchi in Puglia: dissodare la terra in modo che le radici respirino, 100 litri d'acqua, 1 chilo di rame, 1 chilo di calce e una bella pitturata ai tronchi.

«Se usi la vanga nei terrazzamenti, l'acqua piovana s'infiltra nei muri a secco e crolla tutto. Come ha spiegato il professor Gianfrate al sindaco di Francavilla Fontana, dove si venera ancora la Madonna dell'Ulivo che nel 1520 rinverdì i rami congelati da una terribile nevicata, ci sono soltanto due possibilità: pregare la Vergine oppure innestare sugli ulivi del Tavoliere quelli del Getsemani, che sono sanissimi».

Sabina Guzzanti sostiene che la xylella è un batterio creato in laboratorio dalla Monsanto per sostituire gli ulivi pugliesi con piante geneticamente modificate. Che ne pensa?

«Ogni fesseria prevede il complotto delle multinazionali. A Venafro, nel Molise, prosperano i figli degli ulivi messi a dimora nel II secolo avanti Cristo da Catone il Censore. L'olivicoltura in Europa è nata lì. Ci vorrà qualcosa di più della xylella e degli Ogm per farla morire».

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stefano.lorenzetto@ilgiornale.it