Lettera su mio padre colpevole fino a prova contraria

Caro direttore Sallusti, mi rivolgo a Lei perché la stimo e so che mi ascolterà di certo, anche perché non posso più accettare di soffrire in silenzio, ma al contrario vorrei urlare, anche se quest'urlo sono consapevole possa perdersi nel mare di fango con cui tanti suoi colleghi direttori e giornalisti hanno allagato i canali dell'informazione. Si sono divertiti a sputare sull'onore di una persona perbene, come le iene quando sputano sul corpo del leone ferito. Quel leone è mio padre, arrestato una mattina uggiosa d'inizio ottobre. Data che segna, che non puoi scordare. Ti alzi di colpo e ti si abbatte contro un muro di violenza psicologica e mediatica che ogni giorno fa tornare i brividi. Quella mattina dormivo sereno. Di fianco c'era mia moglie. Tra di noi Amalia, due mesi appena compiuti. Poi la telefonata: «Vittorio, portano via il papà». È solo l'inizio. Corro da mio padre. Lui mi guarda e dice: «Forza Vittorio, siamo persone oneste». Gli uomini della finanza entrano anche in casa mia - chissà alla ricerca di che cosa - e guardano ovunque, persino nei cassetti della bimba. Lo devo (...)

(...) ammettere, sono comunque stati cortesi. Mi accompagnano in ufficio e mi accorgo che hanno sfoderato un esercito, come se fossimo davvero criminali.

Lei lo ha provato sulla sua pelle, direttore, e sa come ci si sente. Come prede impotenti, senza nemmeno realizzare il perché. Mia moglie, da quel giorno di due settimane or sono, ha perso il latte materno.

Ed è proprio il perché che ti sfianca, atterrisce, demolisce le tue sicurezze. Perché leggi le accuse e ti accorgi subito che l'impianto su cui si fondano è debole. Le falle sono tante ma chissenefrega, signor direttore; i media, la gente hanno già avuto il sangue che cercavano! Per qualche giorno la platea sarà soddisfatta e la gara a chi dipinge meglio lo schifo e le calunnie contro una persona onesta sono solo appena cominciate. Chi se ne fotte della verità! Chi se ne fotte del dolore e del vilipendio nei confronti di chi è già etichettato come un colpevole.

Pensare, caro direttore, che mio padre mi ha insegnato proprio l'onestà, il coraggio, la tendenza ad aiutare chi è in difficoltà. «La politica è servizio e passione» mi diceva sempre. E con passione lui ha sempre lavorato dal mattino alla sera, trasmettendomi con l'esempio il valore del sacrificio e del lavoro duro. E l'etica, profondamente cristiana, in ogni singolo gesto del suo agire. Mio padre non ha mai intascato una lira «fuori posto», signor direttore. Ha sempre rigorosamente seguito e promosso il rispetto per le regole e non ha mai negato una cortesia a chi era in difficoltà. Mio padre è fatto così: chi lo ha conosciuto lo sa bene e può camminare a testa alta.

Da imprenditore sociale fondò organizzazioni per rispondere al bisogno di chi è fragile, da esponente politico non ha mai aspirato a vanagloria e onori, ma al contrario ha sempre cercato cocciutamente di rispondere ai bisogni della sua nazione, del suo territorio, ancor più del suo piccolo paese, Arconate. In cambio ha ricevuto lo sfregio del carcere e tanto più risuona nella mia testa l'arrugginito rumore del ferro delle gabbie, quanto più sono convinto che è proprio l'invidia ad aver, poco tempo fa, girato le chiavi della sua cella.

Pensi direttore che un suo collega, responsabile di un quotidiano, qualche giorno fa rispondeva a una lettera di precisazione: «Mi auguro davvero che Mantovani abbia le prove per dimostrare la sua innocenza». Una frase che contiene un segnale assai grave. È come a dire che un uomo, una volta tra le maglie della magistratura, non deve più considerarsi innocente, bensì deve dimostrare di esserlo e che, al contrario, bastano sparuti fragili indizi a renderlo colpevole dinnanzi al popolo e a media diretti e interpretati come gogna. Un capovolgimento che lascia sconcertato chi come me è nato da uomo libero.

Una richiesta d'arresto datata più di un anno fa e che ora è sufficiente per giustificare il carcere per timore di inquinare le prove (quali?), per timore di fuga all'estero (mio padre che fugge all'estero da innocente?), per timore di reiterare il reato (qualora anche per assurdo ci fosse reato, come potrebbe reiterarlo senza più deleghe in giunta regionale?). Ma non voglio soffermarmi su questo. Resta lo sconcerto di una misura assurda sotto gli occhi di tutti, anzi sotto gli occhi di chi vuole vedere.

Eppure, signor direttore, io continuo ad aver fiducia nella giustizia. Mi prenderà per matto, ma è così. Anche mio padre lo dice sempre. Non si possono perdere le speranze. La sua onestà verrà alla luce. E combatteremo per questo, strenuamente, anche se i detrattori del suo onore credono di averci distrutto. Non si cancellano i legami, i sentimenti, l'affetto dei tanti che credono in lui. Non si spezza, nemmeno con la tortura di un'assurda carcerazione preventiva, il filo d'oro che unisce mio padre a me, alla mia famiglia, ai tanti che gli vogliono bene. Perché chi tiene quel filo è l'anima del coraggio e il coraggio, come diceva Seneca, rende l'uomo sempre libero.

di Vittorio Mantovani