La Libia avverte: «L'Isis arriva in Italia»

Il governo legittimo di Tobruk dice di avere informazioni sull'infiltrazione di terroristi tra i profughi

Come il sale dell'acqua di mare sulla ferita dei barconi di immigranti disperati e spesso morituri nel Mediterraneo, stavolta l'avvertimento è aspro e diretto. Ha detto ieri dal Cairo Omar al-Gawary, ministro del governo libico di Tobruk riconosciuto dalle organizzazione internazionali, che «nelle prossime settimane l'Italia sperimenterà l'arrivo non solo dei poveri migranti dall'Africa ma anche dei barconi che trasportano Daesh (l'Isis)». Una pessima notizia corredata di particolari: «Malta e l'Italia saranno interessate attraverso i porti che sono dominati da Fajr Libya. L'esercito e i responsabili libici hanno informazioni». È un'accusa diretta al governo che domina Tripoli, non riconosciuto dalla comunità internazionale, agli ordini di Omar al Hassi, di essersi fatto oltre che bastione delle milizie islamiche anche esportatore di terrorismo.

Mentre il governo legale con sede a Tobruk gode del sostegno dell'Egitto, invece quello di Tripoli ha con sé la simpatia della Turchia che espande la sua aspirazione ottomana-egemonica in Medio Oriente cavalcando la Fratellanza Musulmana, cui il presidente Erdogan è molto vicino. Al tempo dell'azione militare nel 2011 si limitò al pattugliamento, un gesto molto apprezzato che ha mantenuto alla Turchia un ruolo privegiato nel post Gheddafi islamista, con appalti abbondanti. È difficile dunque ignorare che l'allarme lanciato da al-Gawari viene dopo che domenica sera le forze del governo hanno bombardato il cargo turco Tuna-1 che viaggiava scortato da motovedette: secondo Tobruk portava armi destinate a Derna, la capitale del Califfato in Libia, un paradiso shariatico in cui si sposano le bambine di 12 anni e si organizzano i combattenti per l'espansione del califfato mondiale.

In Italia la Lega ha chiesto l'immediato blocco degli arrivi di barconi. È realistico l'allarme? Abbastanza. L'Isis già da tempo ha piani dettagliati su come causare «pandemonium», così si esprime, in Europa utilizzando i barconi:lo spiegava dettagliatamente il suo materiale di propaganda del febbraio scorso tradotto dal think tank antiterrorista della Quilliam Foundation. La volontà di diventare un forza dominante in Libia la dimostrò sempre nel febbraio mozzando scenograficamente le teste di 21 egiziani copti su una spiaggia, operazione per cui l'Egitto decise di attaccare. È sempre la stessa tecnica: terrorizzare a morte per acquistare territorio per lo Stato islamico. Il testo del piano spiegava che la Libia è particolarmente interessante per la sua lunga costa che fronteggia «gli Stati crociati del sud», e aggiungeva che trovava molto attrente il numero dei migranti che partivano da quella costa circa in 500 al giorno, valutava l'Isis. «Fratelli - diceva il testo dell'Isis - col permesso di Dio, (la Libia) è la chiave dell'Egitto, della Tunisia, del Sudan, del Mali, dell'Algeria e del Niger», oltre che come già detto, delle terre dei crociati.

Al Gawari ieri ha spiegato bene che ha lanciato l'allarme perchè la Libia vuole essere aiutata: «Le forze armate libiche - ha detto - devono essere ben equipaggiate per far fronte all'emigrazione clandestina, sia la Marina che protegge le coste, sia l'Esercito che protegge le frontiere terrestri». E ha ripetuto cosa intendono i libici per aiuto: «I libici vogliono che sia levato l'embargo alle armi e pagheranno col loro denaro per acquistare le armi necessarie per restaurare la pace e la sicurezza nel Paese. Non abbiamo bisogno di aerei». E ha aggiunto «chiediamo alla comunità internazionale di chiedere ai golpisti di Tripoli di smetterla» lasciando operare «il legittimo governo eletto». Non dice se chiederglielo per favore. Certo, risulta ben chiaro cosa intende la sua parte quando parla di «aiuto a casa loro» come diciamo noi. Non fiori o opere di bene.