L'imbarazzante silenzio della Ue di fronte all'avanzata della Cina

La scalata alla Pirelli segna il declino del nostro Paese, indebolito dalla crisi del 2008. Ma il divario del Vecchio continente con Pechino e gli Usa si può colmare: ecco come

That's market, doll . È ormai ufficiale l'ingresso con il 26,2% di China national chemical, gigante di Stato dell'industria chimica cinese, nell'azionariato della italiana Pirelli, quinta azienda di pneumatici al mondo. Non è il primo caso di ingresso di aziende cinesi nell'industria italiana. Nel 2014, per esempio, il 27% degli investimenti esteri nel nostro paese è stato cinese: si pensi all'acquisto del 40% di Ansaldo energia da Shangai electric e al rilevamento di Krizia. È il mercato, bambola. Torniamo a Pirelli: un'azienda privata che ha soldi da investire (China national chemical) compra un'altra azienda privata (Pirelli) che di soldi ne ha pochi.

Nulla da eccepire dal punto di vista economico. Come ha ricordato di recente l'economista Romeo Orlando ai microfoni di Radio Radicale , le cose succedono quando c'è convenienza per entrambe le parti. Tanto più che nel mondo globalizzato non esistono ostacoli di alcun tipo, tanto meno di tipo ideologico. I capitali si spostano liberamente e le identità nazionalità tendono a sparire. Nel caso di specie, dal punto di vista della Cina, il gigante asiatico non vanta grandi competenze nel settore automobilistico, e le cerca all'estero, per passare finalmente da un modello industriale quantitativo a un modello qualitativo, basato su innovazione, tecnologia e, appunto, qualità. In questo senso, l'Italia è uno dei paesi più appetibili, innanzitutto per le sue aziende di grande prestigio, ma anche perché la posizione negoziale del nostro Paese esce fortemente indebolita dalla crisi degli ultimi sette anni. A ciò si aggiunga la grave flessione della domanda interna, nonché gli effetti della svalutazione dell'euro: chi ha risorse fresche trova l'ambiente ideale per investire. Così le nostre aziende si rinvigoriscono, passando però in mani straniere. Il problema è che l'Italia non compensa le vendite con acquisizioni altrettanto significative. È questo il vero segnale di declino del Paese.

Ci troviamo, quindi, oggi davanti a una questione complessa, che ci coglie impreparati. E che coglie impreparata l'Europa. Non meraviglia se la Fiat abbandona il terreno, per sbarcare negli Stati Uniti, o se la Cina conquista la Pirelli, due artefici dello sviluppo industriale italiano negli anni che furono. Nessuna recriminazione rispetto a queste scelte: sono figlie del mercato. Questi sono gli interrogativi posti dalla conquista cinese, dal Far East ad Africa, Europa America Latina, Australia e Stati Uniti. Per quanto la penetrazione nei settori chiave di questi ultimi sia osteggiata e contrastata.

Questi sono gli interrogativi sul tappeto ai quali l'Europa risponde con un silenzio assordante. Quali sono le tendenze propulsive di quel sistema cinese, che ormai non ha rivali? E come mai l'Europa non riesce a crescere e svilupparsi? La polarizzazione della situazione internazionale ha due protagonisti: Stati Uniti e Cina. Paesi con modelli economici diversi, ma entrambi in grado di mantenere e accrescere le relative posizioni, con ritmi diversi ma orientati lungo una stessa direttrice. Il modello cinese è ancora quello fordista. Del tutto compatibile - è bene non dimenticarlo - con il dispotismo politico del partito unico e del richiamo al comunismo. Un modello in cui lo Stato ha un ruolo da svolgere. Con una presenza che interagisce sulle leggi di mercato, piegandole a proprio vantaggio. Concorrenza unfair , la stessa che in passato ha avuto l'Iri. In Europa tutti hanno fatto così, rammaricarsene è da ipocriti.

È chiaro che l'Europa non può contare più su questo «modello»: resiste la Germania, con la sua potenza industriale ma è un caso relativamente anomalo. Si spiega soprattutto per la «piccola Cina» ai suoi confini: i paesi del vecchio blocco socialista dove ha delocalizzato gran parte della sua produzione a un costo che spiazza ogni concorrenza. Questo modello che potremmo definire di «fordismo» temperato dalla compresenza di elementi di sottosviluppo, consente di accumulare ingenti risorse finanziarie, sotto forma di attivi della bilancia dei pagamenti utilizzati, spesso in modo passivo, nella grande arena finanziaria.

In modo passivo, perché Berlino non è Londra: la principale piazza finanziaria dell'Occidente, che compete con Wall Street e gli Stati Uniti. Come mostra la recente scelta inglese, condivisa da molti altri Paesi europei tra cui l'Italia, che tanto ha irritato gli americani, di partecipare alla Asian Infrastructure investment bank (Aiib) promossa dalla Cina. Che rischia di entrare in competizione sia con la Banca mondiale che con la Asian development bank: entrambe strutture che orbitano intorno agli Usa.

Così arriviamo agli Stati Uniti: a quel potente sistema economico che l'Europa dovrebbe guardare. Un accumulo di capitale umano, di conoscenza, a livello di massa, che non trova riscontro in nessun'altra economia. È da questo enorme vivaio che nascono quelle invenzioni tecnologiche che hanno consentito agli Usa di riconquistare una supremazia che negli anni passati sembrava perduta.

Se è vero che già oggi i confini tra manufatto e servizi - si pensi solo ai telefonini di ultima generazione - diverrà evanescente. Se la robotica integrale sostituirà, in larga misura, l'operaio in fabbrica. Se le nuove invenzioni saranno sempre più il frutto di un sapere diffuso, che in Europa non è organizzato né a livello di hardware - la banda larga di Internet - né a livello scolastico. Ebbene se tutto questo è vero, dov'è quel pensiero positivo che dovrebbe interrogarsi? Semplicemente non esiste. In Europa discutiamo di Grecia, di rigore finanziario e fiscal compact . Il primo problema da affrontare è la riduzione del carico fiscale: quando la differenza è pari a 16,9 punti di Pil (24,7 negli Usa, 41,6 nella Ue, dati Banca d'Italia 2012) non c'è partita.

L'eccesso fiscale trasferisce ingenti risorse dai settori più dinamici - le famiglie e le imprese - a quel moloc burocratico che è la mano pubblica, una forza conservatrice strutturata dall'immobilismo.

Ma la Ue è ancora competitiva? Se non lo fosse, nonostante squilibri territoriali e contraddizioni, non avrebbe accumulato negli anni quel surplus della bilancia dei pagamenti che ha fatto crescere, nel tempo, il valore dell'euro. E che oggi si sta indebolendo, ma non a causa dei flussi reali (import ed export di merci), ma per effetto della fuga di capitali che migrano verso altri Paesi. Gli Usa in testa, che convivono con un doppio squilibrio, un piccolo mistero, stando ai canoni dell'ortodossia economica: deficit di bilancio e commercio estero.

Il gap produttivo di un paese, come insegna l'esperienza cinese, si può eliminare in un periodo relativamente breve. Ma quella ricchezza, in senso lato, che ha richiesto secoli di storia per trasformarsi in uno stock mirabile a disposizione delle generazioni attuali, non potrà mai essere raggiunta dai late corner (gli ultimi arrivati) se non in un tempo molto lungo.

Ma se la valorizzazione e messa a reddito di questa importante risorsa viene fatta rientrare nel panorama della politica economica, il tasso di crescita complessivo non può che accelerare. Quindi bando alle paure, no ai protezionismi. Le regole dure del mercato non possono essere evocate solo quando conviene, nelle fasi espansive e competitive, e negarle quando le si subisce. Il mercato è il mercato, bambola. Alla faccia dei perdenti.

Commenti

zingozongo

Dom, 29/03/2015 - 08:39

nella trasmissione televisiva virus di POrro l economista in studia ha fatto vedere dei grafici sul 2014, la cina ha investito in Italia 5 miliardi di euro ma l Italia in cina ha investito 10 miliardi, e se tornassimo alla lira con una svalutazione del 30% gli aquisti per i cinesi sarebbero piu convenienti e scontati,e poi stiamo parlando di 1,2 miliardi di persone...sono 3 europe !

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stenos

Dom, 29/03/2015 - 10:18

L'avete cantata per anni sulle privatizzazioni, poi si può vendere un azienda privatissima allo stato cinese? Conferma quello che è sotto gli occhi di tutti, privatizzare in itaglia significa svendere agli amici degli amici, i quali si mangiano la polpa e buttano via l'osso. Siamo arrivati a Cina o Spagna, purché se magna.

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02121940

Dom, 29/03/2015 - 10:41

L'avanzata dell'economia cinese è l'unica cosa che non possiamo addebitare a Renzi. Le condizioni che la stanno determinando sono in buona parte indipendenti dai noi e le dobbiamo subire, cercando di difendere la nostra economia, però non affidandoci alle chiacchiere: purtroppo quelle sono il regno di Renzi ed in Europa lui non ne è il produttore esclusivo. Comunque, per ora e per molto tempo a venire, il pericolo non arriva dalla Cina, ma dalla vicina Africa, e noi facciamo di tutto per farlo sbarcare sulle nostre coste.

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Memphis35

Dom, 29/03/2015 - 11:21

#02121940- 10:41 Singolare coincidenza. La corsa all'acquisto della restante (poca, per la verità) argenteria di famiglia da parte degli stranieri ha conosciuto una focosa recrudescenza all'indomani del varo del jobs act. A pensar male si fa peccato. Però spesso ci si azzecca

cicero08

Dom, 29/03/2015 - 11:53

Pecunia non olet... ed soprattutto in questo mondo caratterizzato dal capitalismo globale.

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Sniper

Dom, 29/03/2015 - 13:19

02121940 - Il suo post e` la perfetta epitome del provincialismo del comportamento politico-economico dell'Italia. "Il pericolo non arriva dalla Cina ma dall'Africa" scrive lei...Infatti mentre lei (e una fetta dell'italietta minore) si preoccupa di qualche migliaio di disperati che scappano dalla disperazione, la Cina e` dappertutto in Africa, con persone, investimenti, tecnologia, aiuti, e ovviamente ritorni in termini di influenza e materie prime. Provi per una volta a decollare mentalmente e a ragionare in grande. E speriamo che i nostri governanti provinciali facciano lo stesso.