L'India ci calpesta su Girone «Il suo rientro è inaccettabile»

New Delhi risponde picche al ritorno del marò detenuto da 4 anni senza incriminazione L'ambasciatore Azzarello: «Rischia di restarci 7-8 anni, con una grave violazione dei diritti»

L'India non ne vuole sapere e risponde picche alle richieste italiane sul rientro in patria del fuciliere di Marina Salvatore Girone, da più di quattro anni privato della libertà a New Delhi. Se qualcuno si aspettava delle aperture è benservito. Ormai siamo abituati a farci prendere a schiaffi e non dovremmo meravigliarci se chi ci schiaffeggia poi ci prende gusto. Il male è semmai non reagire, tenere sempre un basso profilo, cercare spesso una scappatoia che non c'è per non affrontare un problema di petto quando si rende necessario.E così per molti non è stata una sorpresa l'intransigente posizione indiana alla Corte internazionale dell'Aja, dov'è cominciata ieri mattina la battaglia legale per i marò. Eppure la richiesta italiana era solo di tutelare un elementare diritto, cioè far rientrare in Italia un militare, non un imputato, in attesa che il Tribunale arbitrale sancisca quale Paese abbia la giurisdizione del caso. Quando diciamo non un imputato è perché né Salvatore Girone né Massimiliano Latorre sono mai stati incriminati formalmente. Paradossale, vero? Uno si domanda come sia possibile privare un uomo della libertà senza condannarlo, anzi, senza neppure contestargli un'accusa in un'aula di giustizia. D'altronde, cosa ci si poteva aspettare da un Paese dove i diritti umani sono un optional? È cosa nota che siano in vigore le caste e che chi siede sul gradino più basso è escluso dalla vita sociale. Come è risaputo che il governo nazionalista di Narendra Modi ha tacitamente sponsorizzato le campagne di conversione all'induismo di cristiani e musulmani. Ma l'India è anche tristemente famosa per il suo record di violenze sessuali, tanto da essere definito il quarto Paese più pericoloso al mondo per le donne: uno stupro ogni 22 minuti e parliamo solo di casi denunciati. Ma pochi i colpevoli condannati perché spesso polizia e magistrati chiudono un occhio.Di fronte a questo scenario che ci si poteva aspettare dalla giustizia indiana? Nulla, se non il perseverare nell'errore per non ammetterlo. Anzi, una spinta maggiore per alzare i toni e comunicare al mondo che gli indiani si sentono una grande potenza e che se ne infischiano delle norme e dei diritti. Complimenti.Ora la palla è passata alla Corte dell'Aja che ieri ha reso note le osservazioni mandate da New Delhi sulla richiesta di rinviare in Italia Girone. «Una richiesta inammissibile la definisce l'India c'è il rischio che Girone non ritorni in India nel caso venisse riconosciuta a Delhi la giurisdizione del caso». Ma c'è di più. «Il tribunale speciale indiano non ha avviato il processo nei confronti dei due marò non per negligenza o leggerezza ma per l'ostruzionismo dell'Italia». Capito? Difendere dei diritti violati ora si chiama ostruzionismo. L'Italia dal canto suo chiede il rientro di Girone, detenuto in India «senza che sia stato sottoposto ad alcuna incriminazione», ha detto l'ambasciatore Francesco Azzarello argomentando la richiesta italiana. «Girone rischia di rimanervi sette/otto anni con una grave violazione dei suoi diritti».In attesa della risposta della Corte, che potrebbe tardare diversi giorni, a Bruxelles si è tenuto il vertice Ue-India, con il caso marò in cima all'agenda dei colloqui. «L'Ue condivide la preoccupazione dell'Italia per una rapida soluzione», si legge nelle conclusioni del summit. All'India conviene trovare una soluzione ragionevole per non incorrere di nuovo nel veto italiano all'ingresso nel club per la prevenzione della proliferazione di armi di distruzione di massa. Ma la conferenza stampa finale è stata annullata proprio su richiesta del governo indiano, che ha voluto evitare domande imbarazzanti sui marò.

Commenti

fj

Gio, 15/09/2016 - 10:58

Articolo esemplare. Anch'io sapevo da subito che l'India da una trentina d'anni gradualmente si e' montata la testa, e quindi tiene conto dei diritti solo di quelli che fanno la voce grossa.