L'Indonesia processa il governatore cristiano che cercò i voti islamici

Via all'udienza contro il capo di Giacarta I jihadisti: «Condannatelo o lo faremo noi»

Il primo governatore cristiano di Giacarta, capitale dell'Indonesia, negli ultimi 50 anni, è finito alla sbarra per blasfemia reo di aver invitato i musulmani a votare per lui. Dalla Siria i volontari della guerra santa indonesiani hanno lanciato un monito via social: «Condannatelo o lo faremo noi con i proiettili». I simpatici jihadisti combattono nei ranghi del Fronte al Nusra, che da poco ha cambiato nome, ma rimane la costola di Al Qaida nel macello siriano.

Il governatore sotto tiro si chiama Basuki Tjahaja Purnama. La sua colpa è credere in Cristo nel più popoloso Paese musulmano. Per di più è cinese, una minoranza poco amata in Indonesia. Ieri il magistrato islamico Dwiyarso Budi Santiarto ha respinto al richiesta della difesa di far cadere l'accusa, che si appellava ai diritti umani e di parola. Purnama dovrà comparire il 3 gennaio in tribunale per rispondere di blasfemia.

La tragicomica vicenda nasce in vista del voto per il rinnovo della carica di governatore di Giacarta nel 2017. Ahok, come viene chiamato Purnama per le sue origini cinesi, aveva fatto riferimento ad un versetto del Corano, Al Maidah 51, che spiega come solo un islamico possa guidare altri musulmani. Il politico si era rivolto agli elettori invitandoli a votare per lui e a non «farsi imbrogliare» da alcuni teologi musulmani che sostengono, testo sacro alla mano, che gli islamici non possono venir guidati da un non musulmano. In pratica ha suggerito di non usare il versetto del Corano in «maniera sbagliata».

Non l'avesse mai fatto. Il gruppo estremista Fronte dei difensori dell'Islam ha denunciato il governatore per blasfemia. Migliaia di esagitati sono scesi in piazza chiedendo la testa di Ahok in nome dell'Islam duro e puro.

Il poveretto si è presentato in lacrime alla prima udienza del 13 dicembre negando le accuse. Purnama, dato per favorito nei sondaggi per la rielezione, voleva solo sottolineare che tutti, compresi i musulmani, hanno il diritto di votare per lui, anche se è cristiano. Quello che conta è come amministra la regione della capitale. Il governatore è noto per la sua lotta alla corruzione, l'attenzione alle fasce più diseredate della popolazione e all'assistenza sanitaria. Lo stesso presidente indonesiano, Joko Widodo, suo alleato, ha fatto capire che il successo politico di Ahok da fastidio. Per questo i fondamentalisti cercano di farlo fuori con un'assurda accusa di blasfemia. Dal 2014 Purnama è l'unico governatore cristiano della capitale dopo mezzo secolo. Il primo fu Henk Ngantung, ma durò solo un anno. Ahok è stato bersaglio di razzismo non solo religioso, ma anche etnico per la sua appartenenza alla minoranza cinese. Una doppia discriminazione, ma questa volta l'accusa di blasfemia potrebbe costargli cinque anni di carcere. Fuori dal tribunale i suoi pochi, coraggiosi, sostenitori erano circondati dalla polizia per non venir malmenati. Al contrario centinaia di musulmani vestiti di bianco, simbolo di purezza e martirio secondo gli integralisti, urlavano «Allah o akbar», Dio è grande, invocando il carcere per il governatore.

Il processo mette alla prova la tolleranza religiosa indonesiana già incrinata dalla crescita dei movimenti estremisti islamici. Non solo: nella provincia di Banda Aceh vige la sharia talebana rispetto all'applicazione più morbida della legge del Corano nel resto del paese.

Commenti
Ritratto di Leonida55

Leonida55

Mer, 28/12/2016 - 10:37

I musulmani. Che popolo multiculturale e tollerante! Proprio come vogliono i cattocomunisti.