L'infinita e ottusa Norimberga contro la filosofia

Da trent'anni è in atto un processo al grande filosofo tedesco, imputato di antisemitismo. Accuse fondate ma che cancellano il nocciolo della sua intera opera: l'opposizione alla deriva nichilista della modernità

C'è qualcosa di torbido e surrettizio nell'accanimento concentrato e prolungato contro il vero e presunto filonazismo e antisemitismo di Martin Heidegger. Qualcosa che trascende la figura del grande filosofo, che va al di là della sua storia e della sua opera e intende raggiungere obiettivi più vasti. Non si spiegherebbe diversamente perché, da trent'anni a questa parte, del pensiero di Heidegger, in verità oscuro e spesso incompreso, si parla solo per alludere a questo suo risvolto osceno. L'intera sua opera, così lontana dalla storia e dalla politica, così refrattaria al linguaggio dei tempi, viene trascinata nel tribunale della storia in una specie di Norimberga filosofica dai contorni sfumati e dalle finalità ombrose, dove la storia processa la filosofia.

Il processo cominciò a metà degli anni Ottanta, con un libro di Victor Farias su Heidegger e il nazismo per arrivare ai nostri giorni con la pubblicazione (da Bollati Boringhieri, a cura di Donatella Di Cesare e con il titolo Heidegger e gli ebrei ) dei Quaderni neri . Diciamo subito che non si tratta di difendere Heidegger dall'accusa di antisemitismo. Forse Heidegger è stato davvero antisemita o per dir meglio non si è sottratto a quello strisciante antisemitismo che ha contagiato tanta cultura europea e molte confessioni religiose, non solo tra le due guerre mondiali ma tra i due millenni precedenti. E non si può certo negare che Heidegger abbia civettato, soprattutto agli inizi, col regime nazista. Emmanuel Faye sostiene che «per una strategia di sopravvivenza» Heidegger ha poi negato nel dopoguerra questa sua vicinanza.

Si potrebbe dire che per la stessa «strategia di sopravvivenza» Heidegger si sia avvicinato al neonato regime nazista nel '33, al tempo del rettorato dell'università di Friburgo. Resta tuttavia chiaro che Heidegger non fu un campione di coraggio e dignità né al tempo del nazismo, quando non difese i suoi allievi e colleghi ebrei, né dopo la guerra, quando non si assunse alcuna responsabilità nel merito ma cercò di scivolare nel silenzio, un po' come fece Carl Schmitt. Emerge la grande differenza sul piano umano tra Heidegger e Gentile, che invece difese i suoi allievi e colleghi ebrei e antifascisti durante il regime, li chiamò a curare l'Enciclopedia e si assunse poi tutte le sue responsabilità in piena guerra civile, fino a essere ucciso. Certo, il fascismo non era il nazismo, e Gentile aveva avuto un ruolo ben più centrale di Heidegger, almeno nei primi anni del regime. Ma la figura del filosofo italiano giganteggia per coraggio e coerenza rispetto al pavido e sgusciante filosofo tedesco. E lo stesso vale nei rapporti umani e nelle vicende private e sentimentali, come la stessa storia di Heidegger con Hannah Arendt.

Heidegger avversa l'essenza nichilista della modernità, l'oblio dell'essere e il predominio assoluto della tecnica e in un primo tempo pensa che il nazismo possa costituire un argine rispetto a questo processo di sradicamento universale. Ma poi si rende conto che anche il nazismo è dentro quel gigantesco processo e usa quella macchina per esserne in realtà usato, nella sua catena di smontaggio; diventa il suo sicario, fino ad autodistruggersi. La sconcertante tesi di Heidegger è che l'ebraismo, inteso come essenza metafisica, è portatore di quel processo di sradicamento universale di cui poi lo stesso popolo ebraico diviene vittima. Ma il nazismo è il braccio armato di quel processo e di quell'industria dell'annientamento e alla fine si distrugge insieme alle sue vittime, gli ebrei. All'autoannientamento del popolo ebraico corrisponde l'autodistruzione del nazismo. Per Heidegger, pure il comunismo è dentro il medesimo processo, ma l'americanizzazione del mondo ne è l'apoteosi, il gradino supremo. Qui la tecnica e il nichilismo, lo sradicamento totale e il dominio assoluto della finanza raggiungono il loro grado estremo, senza più gli alibi ideologici del nazismo o del comunismo.

Qual è il seme metafisico che accomuna quelle esperienze, protese ad annientare l'essere? La volontà di potenza, che si esprime alla massima potenza nel dominio planetario della tecnica, fino all'automatismo. La lucida grandezza teoretica del pensiero di Heidegger si accompagna a una cieca indifferenza rispetto agli esiti storici e umani. Egli sembra considerare quasi irrilevante lo sterminio nel quadro grandioso della storia dell'Essere. Non se ne cura, lo considera un dettaglio trascurabile. Qui è il nucleo della «follia» heideggeriana che accompagna come un'ombra disumana il suo pensiero ma non inficia la potenza della sua teoria, al di là dei paludamenti di un linguaggio criptico e oracolare. Non si capirebbero interi filoni di pensiero, scuole e filosofi ebrei, marxisti, «di sinistra» che si ispirarono a lui.

Dato ad Heidegger quel che è di Heidegger e sottolineata la miseria dell'uomo rispetto alla grandezza del pensatore, il discorso si potrebbe chiudere qui. E invece non si chiude, anzi sembra prendere le mosse per intentare un processo più ampio che conduce a una più radicale e più generale criminalizzazione. L'implicita conclusione a cui perviene la requisitoria è questa: chi critica l'avvento del nichilismo e dello sradicamento, la perdita dell'essere e del sacro, combatte contro l'essenza (ebraica) della modernità e si iscrive nel solco criminale di Heidegger e della Shoah. Ogni pensiero che evoca il destino, richiama l'origine, esalta la tradizione, invoca la comunità, è figlio dal «nazista» e antisemita Heidegger e porta ai campi di sterminio. Questo è il non detto inquietante della Norimberga contro Heidegger: la riduzione di ogni pensiero dell'Essere a violenza e sterminio, l'identificazione tra razzismo e radici, la criminalizzazione dell'ontologia. Che è poi l'opposto della realtà: è lo sradicamento a evocare un atto violento, non l'amore per le radici.

Perciò diffidiamo del perdurante processo a Heidegger che diventa un processo permanente contro ogni pensiero forte e ontologico. È la reductio ad hitlerum di ogni pensiero che non accetti come suo orizzonte lo sradicamento, la desacralizzazione e lo snaturamento del mondo nel nome della sua liberazione. La Norimberga del pensiero mortifica la libera intelligenza e punisce ogni tentativo di superare la notte del Nulla.

Commenti

MartinettiRedivivus

Sab, 28/02/2015 - 11:18

Caro Veneziani, non si tratta di "criminalizzare" maramaldescamente un filosofo. Si tratta di riflettere sul rapporto tra teoria e pressi e sulla responsabilità etica degli intellettuali. Non a caso tu, dal tuo punto di vista di Destra, fai l'apologia morale di Gentile!

MartinettiRedivivus

Sab, 28/02/2015 - 11:18

Caro Veneziani, non si tratta di "criminalizzare" maramaldescamente un filosofo. Si tratta di riflettere sul rapporto tra teoria e pressi e sulla responsabilità etica degli intellettuali. Non a caso tu, dal tuo punto di vista di Destra, fai l'apologia morale di Gentile!