Ma l'inno alla gioia non è solo "welfare"

Lo stato sociale culla-bara può renderci davvero euforici? Diventare ragione di vita? E allora perché questi Paesi sono tutti nelle zone alte della classifica del tasso di suicidi?

Sulla felicità filosofi, poeti, psicoterapeuti e cantautori neomelodici si interrogano da secoli, con esiti i più frustranti. Essa appare come qualcosa di inafferrabile, sfuggente, drammaticamente esistenziale. Quante volte nella vita possiamo realmente dire di essere stati davvero felici? Cinque, sei, dieci? Eppure dalle parti dell'Onu si sono messi in testa che la felicità è misurabile, né più o né meno di una zucchina o della distanza tra Marte e Terra, o tra Abbiategrasso e piazzale Loreto. Così hanno messo in piedi questo classificone in cui la felicità appare sinonimo di efficienza. Con buona pace di tutti gli innamorati che hanno bramato una donna impossibile, di tutti coloro che si sono «strutti» (participio passato di struggere) davanti a un tramonto in riva al mare, di coloro che si sciolti in lacrime per il primo vagito di un figlio ancora sporco di liquido amniotico. Da qualche parte c'è stato un errore di battitura: la felicità è un buon conto in banca, una sanità pubblica che funziona, un autobus che passa e sul quale magari trovi anche da sedere. Cose che fanno piacere a tutti, intendiamoci. Ma che attengono a un concetto vagamente utilitaristico, quasi ragionieristico della nostra sfera esistenziale. I Paesi più felici sarebbero Danimarca, Svizzera, Islanda e tutti i templi del welfare. Ce po' sta', come si dice a Roma. Eppure: quante facce sorridenti vedete per le strade di Copenaghen, Zurigo, Reykyavik (che solo a scriverla l'umore peggiora di brutto)?

Lo stato sociale culla-bara può renderci davvero euforici? Diventare ragione di vita? E allora perché questi Paesi sono tutti nelle zone alte della classifica del tasso di suicidi? Ci si butta dal sesto piano quando si ha tutto quello che si desiderava? Oppure si tratta di superfelici che non sono stati avvertiti?Il fatto è che la parola felicità è - come altre: amicizia, giustizia, amore - talmente grande da poter essere gestita solo se sminuzzata in pezzetti più piccoli. Eccola liofilizzata in pallide imitazioni: gioia, soddisfazione, serenità. Mancanza di problemi, di crucci. Certo che in Burundi (ultimo in classifica, la maglia nera - in tutti i sensi - della felicità) qualche problema in più a mettere insieme il pranzo con la cena che a Odense. E in Siria (penultima in classifica) ogni giorno cadono bombe, e gli ordigni difficilmente dànno la felicità. Però chissà quante persone felici ci saranno anche ad Aleppo, per il sorriso di un bambino, per un sorso d'acqua pura, per un raggio di sole. Che com'è noto a Rovaniemi non brilla e se brilla non scalda.