L'Italia del non fare stangata dall'Europa: maxi multa sui rifiuti

La sanzione: 40 milioni per 218 discariche abusive mai chiuse. Ma paghiamo anche per debiti della Pa, carceri e quote latte

Che l'Italia sia la maglia nera d'Europa non è una novità. Ma è anche vero che siamo stufi di continuare a pagare multe milionarie perché governi e amministrazioni locali continuano a violare le norme comunitarie. Quest'Unione matrigna a volte ci fa imbestialire per le sue direttive senza senso, ma nella maggior parte dei casi ha ragione quando apre procedure d'infrazione e poi ci presenta il conto. Com'è accaduto ieri, quando la Corte di giustizia europea ci ha condannato a pagare 40 milioni per il mancato adeguamento alla direttiva sulle discariche. Certo, non è semplice risolvere il problema. Peccato che l'infrazione sia antica e che la Corte abbia già emesso una sentenza nel 2007, in cui ci intimava di chiudere le 4.866 discariche abusive. Ne restano ancora 218. Dato contestato dal ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti: «È vecchio. Ne sono rimaste 15, che saranno bonificate nei prossimi mesi. Non paghiamo un euro». Pagare per le colpe degli altri è già fastidioso, ma se c'è di mezzo la salute il ritardo diventa quasi criminale. Perché per molti Paesi i rifiuti sono un affare, mentre in Italia sono un pozzo senza fondo? È ora che ci mettano mano anche per realizzare quei termovalorizzatori che, usando i rifiuti come combustibile, fanno scendere i costi delle bollette come dimostrano le poche città italiane all'avanguardia.

Invece siamo qui a pagare, per colpa di una classe politica e di una burocrazia la cui parola d'ordine è «non fare». E l'Italia intanto si dissangua. Non lo diciamo noi, ma parlano i numeri. Siamo il Paese più inadempiente d'Europa: oggi incombono 94 procedure d'infrazione. Alcune stime parlano di 3,5 miliardi di multe pagate. Ma non basta. Questo atteggiamento reca danni enormi non solo ai semplici cittadini ma anche alla nostra esangue economia. Si pensi solo ai debiti della Pa (guarda caso, anche qui c'è la procedura d'infrazione aperta): in base alla direttiva Ue i debiti vanno saldati entro 30 giorni, nel nostro Paese i tempi oscillano tra i sei mesi e i due anni. Spaventoso. Secondo i dati raccolti dalla Cgia di Mestre, nel 2013 sono fallite 14.200 imprese. «Oltre alla crisi – hanno spiegato – ha pesato anche il ritardo dei pagamenti della Pa». Stessa cosa riguardo ai rimborsi Iva: i tempi sono troppo lunghi. «Anche quando le imprese vantano un diritto incontestabile – scriveva l'Europa aprendo la procedura d'infrazione due mesi fa - il rimborso avviene nel migliore delle ipotesi solo due anni dopo la domanda».

Ma la lista delle inadempienze è lunga. Uno dei richiami più recenti riguarda il sovraffollamento delle carceri. Con oltre 60mila detenuti e solo 47mila posti, abbiamo collezionato una sfilza di condanne da Strasburgo. L'ultima sentenza ci ha obbligato a pagare 100mila euro ciascuno a sette detenuti che vivevano in celle con meno di tre metri di spazio. Indovinate chi salderà il conto? Noi contribuenti, naturalmente. Come per l'annosa questione delle quote latte. Ora c'è il rischio, denunciato dalla Corte dei Conti, che i 2,2 miliardi di multe dovute dagli allevatori potrebbero finire a carico dello Stato, cioè nostro, perché la Pa, nonostante sia stata messa in mora dall'Europa, non ha provveduto a incassarle. Una vicenda che ci è costata finora 4,4 miliardi. Complimenti ancora a chi ci governa.

Al lungo elenco d'infrazioni aperte, non possiamo scordare quella sui diritti calpestati dei consumatori. Se in Italia un tour operator fallisce, ci sono altissime probabilità che il pacchetto vacanze acquistato non sia risarcito. Questo perché il fondo rimborsi del ministero dell'Industria è quasi sempre in bolletta. Insomma, ogni giorno sono qui a raccontarci che servono manovre lacrime e sangue, più tasse e più accise e lo giustificano con il solito mantra: «Ce lo chiede l'Europa». Siamo schietti, ci hanno rotto: sanno essere zelanti con Bruxelles solo quando si tratta di mettere la mano nel nostro salvadanaio, ma quando devono garantire i diritti elementari guardano da un'altra parte. E noi paghiamo ancora.