L'Onu contro Aung: "Strage di Rohingya, dovrebbe dimettersi"

L'imbarazzo del comitato per il Nobel: "Il premio? Non le può essere revocato"

È guerra aperta tra l'Onu e Aung San Suu Kyi. Le Nazioni Unite, per bocca dell'Alto commissario per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al-Hussein, affermano che la leader della Birmania avrebbe dovuto dimettersi o tacere piuttosto che piegarsi a fare la portavoce dei generali del suo Paese, che sono accusati dell'attacco indiscriminato dell'anno scorso contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che ha costretto 700mila persone a scappare all'estero. È un'affermazione pesante, soprattutto se si considera che Aung, 73 anni, non è soltanto l'eroina del faticoso ritorno alla democrazia della Birmania (ribattezzata Myanmar dal precedente regime militare) ma ha anche ottenuto il Premio Nobel per la Pace nel 1991 per la sua coraggiosa guida della resistenza nazionale alla giunta, una lotta durata decenni durante i quali l'attuale leader birmana è stata detenuta per 16 anni agli arresti domiciliari.

La contraddizione tra l'immagine di una leader politica esaltata per la sua autorità morale e le accuse che le vengono rivolte di complicità in una grave persecuzione ai danni di una minoranza nazionale è evidente e imbarazzante. Tanto che il Comitato per il Nobel, interrogato sull'opportunità di privare Aung San Suu Kyi del Premio, ha preferito nascondersi dietro aspetti formali, limitandosi a ricordare che una volta concesso un Nobel non può essere revocato.

La vicenda è comunque meno semplice di quanto possa apparire. Vi sono diversi elementi da considerare. Anzitutto, chi sono i Rohingya. Si tratta di un gruppo etnico di religione islamica, installato nello Stato birmano di Rakhine ai confini con il Bangladesh, la cui origine è controversa: i birmani li considerano degli stranieri senza diritti, e sostengono che prima del 1950 non si fosse nemmeno sentito parlare di Rohingya nel loro Paese. I Rohingya, al contrario, affermano di essere stanziati nella regione da secoli e rivendicano il loro diritto a rimanervi. È evidente che la differenza di religione (la quasi totalità dei birmani sono buddhisti) gioca un ruolo importante ed è noto che il livello di intolleranza dei birmani nei confronti di questa minoranza - un cui braccio armato si è anche reso protagonista di azioni violente contro lo Stato - è molto alto.

L'altro aspetto da considerare è il complesso equilibrio tra Aung e i militari. Perché è vero che la Premio Nobel è diventata la leader di fatto (non può essere nominata presidente perché figlia di cittadini britannici) del suo Paese dal 2016, ma è altrettanto vero che proprio la brutale gestione della questione dei Rohingya mette in evidenza che il ruolo dei generali è tuttora forte, e che evidentemente Aung deve accettare difficili compromessi con i suoi ex nemici.

Va infine ricordato che al-Hussein, musulmano e ormai a fine mandato, parla con una certa libertà di temi che gli stanno comprensibilmente a cuore ma che hanno un forte rilievo istituzionale. Resta però il fatto che un recente rapporto dell'Onu accusa Aung San Suu Kyi di aver coperto i generali, definendo «disinformazione» e «fabbricazioni» le notizie di stragi e di gravi violenze ai danni dei Rohingya. E che ancora ieri il portavoce del governo birmano ha respinto le accuse dell'Onu e la legittimità di qualsiasi risoluzione contro il Paese delle pagode.