Luigino non sa che in Rai resiste la lottizzazione. Tutti i nomi in corsa hanno sponsor politici

Sulle poltrone del servizio pubblico in scena l'ennesimo braccio di ferro M5s-Lega

Roma - M5s-Rai parte terza. La nuova stagione del travagliato rapporto tra i pentastellati e l'informazione televisiva è alle porte. Dopo lo sprezzante rifiuto iniziale, è passata un'epoca da quando i grillini snobbavano le telecamere sostenendo che la tv era un media morto e sepolto, è arrivata l'esplosione del consenso e il dietrofront: presenza assidua in ogni salotto televisivo possibilmente senza contradditorio. La terza stagione ha una chiave già chiara: l'occupazione della stanza dei bottoni.

Nonostante gli appelli del presidente della Camera Roberto Fico a «tenere fuori la politica» dalle nomine, i 5S stanno disputando con la Lega una partita colpo su colpo. E mentre Di Maio lancia appelli contro i raccomandati Rai e tuona contro la lottizzazione della tv di Stato, il derby Lega-M5s sembra destinato a giocarsi alla vecchia maniera. I propositi del contratto di governo, poche righe generiche per giurare «maggiore trasparenza, eliminazione della lottizzazione e promozione della meritocrazia», si tradurranno con la nomina di manager e giornalisti allineati. La Lega si muove nello stile concreto di Matteo Salvini. I 5 Stelle avanzano a colpi di proclami, ma dietro le quinte lavorano per selezionare una classe dirigente che garantisca la visibilità del Movimento quando servirà.

I nomi che circolano per occupare le caselle che contano, quelle che guideranno i telegiornali Rai, hanno tutti la stessa caratteristica: sono graditi all'uno o all'altro schieramento al governo. Tra tutti l'inaffondabile Gennaro Sangiuliano, vicedirettore del Tg1 dal 2009, che, se venisse chiamato a dirigere il telegiornale della rete ammiraglia, non potrebbe certo far sparire dai social network il selfie pubblicato sui social, con Salvini, definito «caro amico». L'ipotesi di ripiego, la Lega arroccata nel Tg2, vedrebbe in pole un altro giornalista dalla provenienza inequivocabile, Luciano Ghelfi, per anni il cronista che seguiva la Lega per il telegiornale.

La maggiore differenza con il passato sarebbe che non verrà lasciato nemmeno un Tg all'opposizione. Per il Tg3 si fa ad esempio il nome di Milena Gabanelli, nome graditissimo all'M5s. Che in teoria, rispetto alla Lega, deve fare i conti con un minore radicamento all'interno della Rai. Ma a viale Mazzini il riposizionamento è in corso da tempo. E del resto per i direttori dei Tg c'è ancora tempo. Il primo appuntamento, sulla spinta di Fico che vuole abbreviare i tempi, sarà l'11 luglio, quando si dovrebbero scegliere i sette nomi per il Cda ristretto, e reso più manovrabile, dalla riforma renziana. «C'è stata la raccolta dei curricula - spiega il consigliere uscente Arturo Diaconale - ma alla fine non cambierà nulla: a scegliere saranno i partiti, com'è normale che sia, se si vuole garantire il pluralismo». La battaglia fondamentale, quella per il direttore generale, potrebbero spuntarla i 5S, che puntano a un nome esterno di prestigio, come Fabio Vaccarono, pescato da Google Italia. Si dovranno fare i conti anche con l'attivismo sindacale. L'Usigrai ha pubblicato ieri un documento di intenti. E per legge un nome nel Cda dovrà essere espressione dei dipendenti. In pole ci sarebbe Roberto Natale, ex portavoce di Laura Boldrini.