L'ultima rivincita di Cota: "Bugie le mutande verdi. Ancora politica? Non so"

L'ex governatore leghista assolto: «Mi hanno ridotto a macchietta e poi fatto decadere»

Non erano mutande. E non erano neppure verdi. Ma soprattutto, il celeberrimo scontrino da circa 30 euro (35 dollari) non era il frutto di un reato. A sorpresa l'accusa di peculato cade nel nulla e Roberto Cota viene assolto dal tribunale di Torino su tutta la linea. «Mi avevano demonizzato in tutti i modi - esulta incontenibile l'ex governatore del Piemonte - sulla storia di queste fantomatiche mutande verdi erano stati scritti centinaia di articoli e io ero diventato l'emblema del malaffare, del malcostume dilagante nella politica, dell'arroganza della casta. Ma era tutto falso, io ho pagato un prezzo altissimo per qualcosa che non avevo commesso. Ora i giudici riconoscono finalmente che avevo ragione».

All'esponente del Carroccio venivano contestati circa 24.500 euro di spese effettuate con i soldi del contribuente: pranzi, cene, cravatte, foulard, un regalo di nozze. E poi le mitiche mutande verdi. «Ero andato a Boston - racconta Cota - naturalmente a mie spese e poi avevo offerto a un ingegnere, che mi aveva accompagnato a visitare il Mit, la cena in un centro commerciale. Quella l'avevo pagata con la carta di credito perché mi sembrava in linea con il mio impegno istituzionale. Purtroppo nello stesso centro commerciale avevo comprato un paio di pantaloni, no il colore non me lo ricordo, e alla fine lo scontrino era finito per errore nel calderone dei rimborsi. Da lì è partita una forsennata campagna di denigrazione e delegittimazione che mi ha travolto, ma ora la verità è emersa».

Sembrava finito, Cota. E invece il verdetto sconfigge l'accusa, che aveva chiesto 2 anni e 4 mesi di carcere, e rilancia l'avvocato novarese che solo cinque anni fa era uno dei personaggi più in vista della Lega. Con lui vengono assolti 15 imputati, ex consiglieri regionali di vari partiti, altri dieci invece sono condannati.

Cota è felice ma non si dà pace: «Questa vicenda penosa mi ha indebolito ed è servita per abbattermi. Nel 2014 infatti i giudici amministrativi hanno stabilito che per alcune irregolarità nella raccolta delle firme il voto popolare non contava più nulla. E così mi hanno buttato giù dalla poltrona di governatore. Irregolarità ben più gravi, assai più gravi, sono state scoperte in tante altre elezioni di ogni tipo, pure in Piemonte, ma casualmente i magistrati hanno ritenuto di far decadere solo il sottoscritto. Del resto io ero quello delle mutande verdi, una macchietta, un piccolo dissipatore di soldi pubblici. Nessuno che mi abbia difeso, chiarendo che avevo salvato il Piemonte dal default, che avevo avviato la riforma della sanità, che mi ero dimezzato lo stipendio, che stavo costruendo riforme importanti».

Ora la realtà viene riscritta, almeno in parte, ma forse è troppo tardi. O forse no. Chissà. Ecco la telefonata del leader della Lega Matteo Salvini che lo riempie di complimenti, lui ringrazia e si toglie altri sassolini: «Matteo Renzi che ha citato non so quante volta questa storia delle mutande verdi stia zitto. Altro che premier, mi sembra un venditore di pentole. Io facevo politica per passione, ora ho ripreso a fare l'avvocato e non so se tornerò di nuovo nell'arena. Però sono certo di essere stato vittima di una congiura di palazzo e so che il popolo piemontese dovrebbe essere informato di quello che è accaduto nel silenzio generale».

Nel tentativo di non rimanere insabbiato nella palude della giustizia, Cota aveva chiesto a proprio rischio il processo con rito immediato e salto dell'udienza preliminare. «Mi hanno tolto dal mazzo - insiste l'ex governatore - ma poi la mia posizione è stata riunita alle altre e il dibattimento è andato avanti per due anni». Tanti. Troppi per chi aveva fretta di dimostrare la propria innocenza. «È stato un periodo dolorosissimo e un vulnus per la democrazia».

Ora si può pensare a voltar pagina anche se quella stagione sembra irrimediabilmente finita.