Maestri senza bacchetta e senza formazione

di Stefano Zecchi

P er educare un bambino, una volta si usava la bacchetta e qualche scappellotto. Non ho nostalgia di quel tempo, che era anche il tempo della mia educazione infantile, e quelle lievi pene corporali venivano accolte con qualche lacrima, non per il dolore, forse più per l'umiliazione. Poi tutto finiva lì, fino alla prossima marachella: non c'erano vittime, non c'erano aguzzini. Cose che invece riscontriamo drammaticamente nell'asilo nido di Milano.

L'errore da non fare è pensare che i maestri di quell'asilo abbiano ecceduto, che una sberla ci possa ancora stare, ma niente di più. Non è così, è l'idea di educazione infantile che è cambiata profondamente, e quella bacchettata che potevo prendere io è diventata, dal punto di vista pedagogico, inaccettabile. Dunque, si pone evidentemente il problema di come sostituire quella bacchetta.

La bacchetta oggi viene sostituita dalla parola e dagli atteggiamenti del maestro: tutto è molto più complicato. La bacchettata era un gesto semplice, che il bambino capiva subito nel suo significato punitivo e correttivo. La parola e i gesti del maestro, che intendono suggerire o imporre la disciplina, richiedono autorevolezza e competenza.

L'autorevolezza è data dalla coerenza con cui il maestro comunica ai bambini il proprio modo di operare; la competenza nasce dalla preparazione del maestro.

Il tema educativo è, ora, diventato cronaca perché stiamo riscontrando una situazione aldilà dell'accettabile, appunto ciò che è accaduto nell'asilo di Milano. Allora ci si scandalizza, e pare che la questione si risolva nell'aula del tribunale. Il tribunale è la tappa finale di un cammino che, però, purtroppo, è diventato tanto superficiale da essere talvolta - nei casi estremi - criminale.

Ci si dovrebbe chiedere quale percorso formativo facciano oggi i maestri che vanno ad occupare posti tanto delicati come quelli di intrattenere ed educare i nostri bambini. Il più delle volte siamo di fronte a una vera e propria autoformazione con esiti assolutamente disomogenei. Alcuni riescono ad essere bravissimi, proprio per la loro dedizione allo studio e al tirocinio educativo; altri sono disastrosi. Si dirà che questa disomogeneità è presente in tutte le professioni. Sarà anche vero. Ma perciò che riguarda i maestri - gli insegnanti in generale - la questione merita una riflessione in più, per la delicatezza della professione. Rimaniamo in un asilo e ciò che in esso accade. I bambini sono senza difesa: non solo e non tanto in indifesi dalle possibili punizioni corporali dei maestri, ma anche da ciò che a loro viene detto, da ciò che viene insegnato. Dunque, è mai possibile che oggi sia un vero e proprio terno al lotto trovare la scuola giusta? Questo è il vero scandalo. Con i ragazzi più o meno grandi i genitori possono confrontarsi e decidere, ma con i piccoli? Si pensa di risolvere i problemi che insorgono con i loro maestri attraverso le telecamere nelle aule?

Non scherziamo. Una maestra guadagna come una commessa ma se una commessa è incapace e svogliata, alla peggio perde la vendita; la maestra mena il bambino. La sua professione deve venire valorizzata economicamente, formativamente, socialmente. Le bacchettate che mi sono preso io, oltre ad avermi fatto crescere discretamente, mi venivano date da una maestra che svolgeva un compito meno difficile di quelle di oggi (che si trovano ad usare la parola in sostituzione della bacchetta), ma la mia maestra era più preparata e in proporzione guadagnava anche di più di quelle di oggi. E, poi, uno scappellotto non era un attentato alla vita del bambino, e i genitori erano solidali con il metodo efficace, autorevole e colto del maestro.