Mamma assassina: dramma che si poteva evitare

Giusi Savatta ha soffocato Maria Sofia e Gaia, le sue bimbe di 9 e 7 anni con le mani. Con le stesse mani che per tanto tempo sono servite a cullare, a preparare biberon e a cambiare pannolini le ha ammazzate, con le stesse mani ha provato a suicidarsi. Di fronte all'omicidio del figlio da parte della madre si rimane senza parole. Viene meno la sicurezza che esista sempre una funzione materna che garantisce accudimento e protezione e si fa strada l'idea che anche in una madre possa esistere malvagità.

Nei reati domestici gli aspetti criminologici e quelli psicopatologici sono intrecciati così intimamente che spesso è impossibile distinguerli e separarli con precisione. Nelle aggressioni all'interno della famiglia, perpetrati sia da uomini sia da donne, la patologia mentale prevale nettamente rispetto a quelli che si consumano a danno di conoscenti ed estranei. Gli uomini delinquono molto più delle donne ma le madri che uccidono non sono una rarità e lo fanno per motivi molto diversi tra loro.

Tutte le violenze in ambito familiare sono caratterizzate da conflittualità e dalla congiura del silenzio: le mura domestiche diventano camere anecoiche in cui la tragedia avviene senza che all'esterno arrivi l'eco di qui segnali di disagio psichico presenti già prima che avvengano le più orribili nefandezze. Non possiamo sapere come fosse la relazione tra i due coniugi ma il marito voleva la separazione e la donna non intendeva accettarla. Sappiamo però che Giusi Savatta era stata colpita da un lutto tremendo appena due anni fa: il padre si era tolto la vita. Un genitore che si suicida è un individuo che in vita soffriva di un disturbo mentale grave, che impatta fortemente con la vita dei figli. La morte di un genitore, se avviene in modo naturale, non provoca senso di colpa e rabbia, il trauma legato alla perdita si supera con più facilità.

Nulla è più grave della morte delle due bimbe ma questo non può oscurare la portata e i motivi di un dramma che forse si poteva evitare. Giusi era una donna depressa che aveva un lutto alle spalle da elaborare, che le rendeva difficile se non impossibile tollerare un altro abbandono. Il suo dolore e la sua depressione dovevano rimanere rinchiuse tra le mura domestiche per omertà e per non mettere a repentaglio la sua professione d'insegnante precaria. Quando il marito ha preteso la separazione il suo mondo è crollato. Il suo progetto mortifero di un suicidio allargato è stato compiuto nella speranza, delirante, di una riunificazione in un aldilà migliore per lei e le sue bimbe, che voleva salvare da un futuro di solitudine, quello che prevedeva per lei. Dopo la messa in atto dei suicidi allargati le persone non provano a celare la verità. Giusi ha rilasciato una confessione piena e completa, non ha attribuito a terzi la sua responsabilità. Non vuole rifuggire la pena, non spera e non vuole salvarsi perché riteneva e ritiene che la sua esistenza sia finita qui.