La manovra - lettera Ue

Antonio Signorini

Roma Nemmeno Pierre Moscovici, commissario che negli ultimi tempi si è dimostrato molto disponibile nei nostri confronti, crede più tanto all'Italia. La lettera della Commissione arrivata ieri sera (insieme a quelle per Belgio, Cipro, Spagna, Finlandia, Lituania e Portogallo) è più dura delle attese perché ci chiede una risposta entro due giorni e mette in discussione le spese sostenute dall'Italia per migranti e terremoto. Cioè l'architrave della mini flessibiltà richiesta dal governo italiano a quello di Bruxelles.

Un irrigidimento della Commissione guidata da Jean Claude Juncker che il premier Matteo Renzi ieri probabilmente già conosceva, visto che ieri ha minacciato di porre il veto sull'approvazione del bilancio europeo. «Diamo 20 miliardi all'Europa e ce ne restituisce 12, se l'Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia ci fanno la morale sugli immigrati. Permettete che l'Italia, tutta destra e sinistra, dice ragazzi il meccanismo è finito». Quindi l'Italia porrà il veto sul bilancio? «Assolutamente sì», ha risposto il premier a Porta a Porta.

Nella lettera firmata dal commissario agli affari economici e dal vicepresidente Valdis Dombrovskis, si fa riferimento alle spese eccezionali per migranti e per il sisma del centro italia, quantificate nel Documento programmatico di bilancio in 0,4% del Pil, pari a poco più di 7 miliardi di euro. Per riconoscere l'eccezionalità degli eventi, il governo deve «fornire dei chiarimenti sulle spese» sostenute per i due eventi. Un po' come se ci chiedessero il dettaglio di quanto è servito per l'emergenza. Il retropensiero è che sicuramente sono stati spesi meno soldi di quelli dichiarati. E il messaggio è che si può finanziare l'emergenza, non la ricostruzione. Tantomeno un piano di riqualificazione edilizia.

Come previsto, la Commissione ci chiede conto del disavanzo strutturale. I patti europei prevedevano che fosse a -0,6%, nel Dpb inviato dal governo a Bruxelles è a + 0,4%. «Molto al di sotto dello 0,6% del Pil o oltre raccomandato dal Consiglio il 12 luglio scorso».

L'Italia si era impegnata rimettere i conti in ordine, con la precedente legge di Stabilità. E poi con impegni diretti del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.

Quindi la richiesta di «spiegazioni riguardo alla revisione degli obiettivi e alla differenza sostanziale che emerge rispetto agli impegni presi la scorsa primavera».

La Commissione dice di cercare una dialogo «continuo e costruttivo» con l'Italia per trovare un accordo. Ma chiede una risposta al governo italiano «entro giovedì 27 ottobre, entro - si sottolinea con - la chiusura degli uffici». Quindi a due giorni dall'invio di ieri sera. Termine molto stretto. Un ripensamento rispetto alla strategia dilatoria che fino a lunedì si pensava stesse perseguendo Bruxelles, in modo da non penalizzare il governo italiano alle prese con il referendum .

La narrazione ufficiale del governo dice che la decisione di separare il decreto fiscale dalla legge di Bilancio sia stata presa per ragioni irrinunciabili. Necessità di fare cassa subito, insomma. Ma il sospetto che ci sia dell'altro viene leggendo il provvedimento, pubblicato lunedì in Gazzetta Ufficiale. Il decreto fiscale si è trasformato nel veicolo di tutte le misure di spesa che è meglio non fare vedere troppo, soprattutto alla Commissione europea.

Il decreto, con buona pace della riforma della Legge di Bilancio, contiene diverse micromisure. Ci sono quelle a favore dei Comuni per l'accoglienza di migranti che ammontano a 600 milioni. È il bonus una tantum da 500 euro a migrante per i sindaci che hanno accolto gli aspiranti rifugiati senza fare troppe storie e quello per chi se li prenderà d'ora in avanti. Voci maligne, nei giorni scorsi, hanno fatto notare che si tratta per lo più di primi cittadini di centrosinistra. Impegnati, oltre che con l'emergenza migranti, anche con la campagna referendaria in difesa del Sì.

Ma dentro ci sono dei classici. Come quello, segnalato giorni fa dall'economista Riccardo Puglisi, dei 30 milioni per il cinema. Alcune misure portano la firma di Confindustria, organizzazione fortemente impegnata in sostegno del Sì referedum. È il caso del rifinanziamento del fondo per le piccole e medie imprese che costa in tutto 895 milioni di euro. Poi ci sono investimenti per le Ferrovie dello stato per 720 milioni di euro.

Dentro il capitolo trasporti c'è dell'altro. Segnalate - lo ha fatto ieri l'Huffington post - diverse altre «mancette elettorali». Come gli stanziamenti per i trasporti campani e molisani. Per la prima regione sono 600 milioni per il 2016, necessari a saldare i debiti della regione verso la società di trasporti Eav. Per il Molise sono 90 milioni, necessari ai debiti con Trenitalia. Segnalati circa 30 milioni per le aziende agricole, che fanno piavere alla Coldiretti, impegnata per il Sì.