Maria José sui monti e l'esilio all'orizzonte

Tempo di guerra. Non per la principessa, poi regina di maggio. Maria José ha il suo rifugio nel castello di Sarre. La Valle d'Aosta era diventata, dal secolo precedente, il luogo delle vacanze, della caccia e dell'alpinismo della casa reale. Altrove, l'Italia contava feriti e morti, la guerra maledetta spaccava il Paese e le famiglie, Maria Josè veniva dal Belgio e mai aveva condiviso la politica estera dal regime. Le avevano chiesto, anche, di firmare l'atto di nozze come «Maria Giuseppina» ma si era fermamente rifiutata, ribadendo l'anagrafe Marie-Josè Charlotte Sophie Amélie Henriette Gabrielle de Saxe-Cobourg et Gotha, concedendo soltanto l'italianizzazione da Marie a Maria.

Il rigore sabaudo l'aveva sbalordita, il resto della vita politica fu un ulteriore affanno. Lei stessa, ricordando quegli anni, al rientro in Italia, dopo l'esilio, ribadì di «aver supplicato più volte Italo Balbo e Amedeo d'Aosta di dissuadere Benito Mussolini dall'entrata in guerra». Ma re Vittorio Emanuele la redarguì, ammonendola a non occuparsi degli affari politici dei Savoia.

Vacanze e ferie non rientravano nei vocabolari di quei giorni asperrimi; chi poteva permetterselo, rari nel vasto gorgo, andava a villeggiare, dimenticando, per qualche giorno, il boato degli aerei e le corse verso gli ospedali, le lacrime e la disperazione di un conflitto senza logica.

Maria Josè era quasi costretta a stare a distanza dalla realtà quotidiana. Ai convegni di corte preferiva le visite ai malati, voleva vivere una esistenza non da principessa dorata ma da donna al servizio del popolo, questa era la sua vera, antica nobiltà. Decise di proseguire la tradizione del padre, Alberto I del Belgio, il re cavaliere, il re soldato, il re rocciatore. Fu lui a «scoprire» nel 1907 Cortina d'Ampezzo e a eleggerla come meta del Gotha internazionale, fu lui a perdere la vita scalando uno dei picchi della Marche-les-Dames, nei pressi di Namur, il secondo massiccio più importante del Belgio.

Marie-José aveva ventotto anni quando le arrivò la tragica notizia, volle ugualmente sfidare le montagne, non le Dolomiti ma il Cervino e l'anfiteatro del Bianco. La fotografia la ritrae di spalle, mentre osserva un panorama maestoso, nei pressi del rifugio Gamba, diventato, poi, rifugio Monzino. La Val Veny è un trionfo di sogni per gli alpinisti, tra i ghiacciai Freney e Brouillard, poi l'Aiguille Noire, la cresta del Peuterey e il padre di tutte le montagne, il Bianco.

La principessa è accompagnata dal conte Spalletti Trivelli, marito di Guendalina dama di compagnia di Maria-José, le due guide alpine sono Eliseo Croux, l'uomo con il cappello e, di spalle, con lo zaino, il giovane Marcel Moussillon.

Si intravvedono corde e piccozze, Maria Josè sta appoggiata al bastone da passeggio, porta guanti di filo bianco, tiene i capelli folti e ricciuti sotto un copricapo tipico, a tesa larga e cupola tonda, indossa una camicia, probabilmente, di flanella, lo stampato è in tartan, i pantaloni sono alla zuava, con lo sbuffo, gli scarponcini ai piedi hanno la suola vibram, i calzettoni sono di lana con disegni a rombo. E' una tenuta classica, per l'epoca, da gita e ascensione sulle dentate e scintillanti vette descritte dal lucchese e sabaudo Carducci («e la vecchia Aosta di cesaree mura ammantellata, che nel varco alpino eleva sopra i barbari manieri l'arco di Augusto»). La fotografia è stata scattata il 3 settembre del '41, oggi fa parte della grande collezione dell'architetto Mirko Fresia Paparazzo che, sui Savoia e il loro rapporto con la Valle d'Aosta, le vacanze e i siti frequentati, ha scritto libri e raccolto documenti fotografici.

L'immagine di quel settembre è come un presagio di quello che sarebbe accaduto cinque anni dopo. La principessa Maria José osserva lo spettacolo dei ghiacciai. Lei, regina di maggio, fu costretta a guardare, in esilio, l'Italia repubblicana.