Il Meridione arretra ancora: uno su due a rischio povertà

Allarme della Cgia di Mestre: cresce il divario col Nord La Cei: «È emergenza, dietro i numeri ci sono persone»

C'è il Sud che rialza la testa dopo il buio della crisi. C'è il Sud con i suoi segnali di ripresa nell'industria, fotografati pochi giorni fa dall'Istat. E c'è il Sud condannato a correre, senza raggiungerlo mai, il suo polo opposto. Storia di un divario cronico divenuto una voragine. In Sicilia, ma in tutto il Meridione, quasi una persona su due è rischio povertà ed esclusione sociale. Il filo di un burrone su cui nel Settentrione camminano meno di due persone su dieci. In Campania ha un lavoro il 41% dei cittadini, a Bolzano quasi il doppio. In Calabria la tempesta economica ha lasciato il 12 per cento di disoccupati in più di nove anni; il Veneto ha attutito il colpo con una variazione contenuta al 3%. La fotografia della Cgia di Mestre è quella di un Paese diviso in due, attraversato da una faglia che trancia il collegamento tra Nord e Sud su Pil pro capite, occupazione, ricchezza e povertà. E c'è un motivo se la Cei ha gridato all'«emergenza Mezzogiorno»: «Non si può stare tranquilli: dietro numeri e statistiche ci sono persone», ha detto Monsignor Filippo Santoro, presidente della commissione per la pastorale sociale e del lavoro.

L'uscita dal tunnel della recessione non ha mitigato le note distanze. Che tra il 2007 e il 2015 si sono aggravate su tutti i fronti. Se sulla partita dell'occupazione il Nord dieci anni fa era in vantaggio di 20 punti, nel 2016 lo è di 22,5. Un gap che si apre fino al 33% davanti al paragone tra la Provincia autonoma di Bolzano, con il suo tasso di occupati al 72,7%, e la Calabria, con il 39,6%. Ma sono i dati sulla disoccupazione la vera cartina di tornasole dei due mondi raccontati dal centro studi di Mestre. Sul terreno, cuore pulsante della crescita, la forbice si è allargata di 4 punti e mezzo. La bestia nera della mancanza di occupazione è più forte al Sud di 12 punti rispetto al Settentrione. È vero che in otto anni tutte le regioni italiane hanno visto crescere il numero dei senza lavoro, sottolinea l'analisi, ma alcune clamorosamente più di altre: Campania e Sicilia del 9,2%, dietro, ancora una volta, alla Calabria (+12%), mentre il tasso di disoccupati in Trentino e Veneto non supera il 3%.

Non solo nei problemi, anche nelle soluzioni i segni della frattura sono evidenti, ed emergono da uno studio di Bankitalia sugli effetti del bonus da 80 euro introdotto dal governo Renzi nel 2014. In quell'anno la misura concepita per spingere i consumi di circa 10 milioni di lavoratori con un reddito lordo compreso tra gli 8.145 euro e i 26mila, è finita al 20 per cento delle famiglie italiane, ma distribuite soprattutto al Nord (25,4%). Non ha raggiunto quelle più povere e in percentuale, è stata assegnata di più a beneficiari stranieri (33%) rispetto a quelli italiani (20,8%). Solo il 18,5% dei nuclei residenti al Sud ha ricevuto gli 80 euro. Un finto paradosso, visto che il tasso di occupazione è più alto, stando ai dati Istat, tra i lavoratori non italiani.

E visto che l'aiutino in busta paga non era un provvedimento «anti povertà», ma era destinato a chi un lavoro già ce l'ha, e guadagna fino a 26mila euro. Al Sud, dove la disoccupazione dilaga, anche questo è arrivato col contagocce.