La metamorfosi di Equitalia: da abolita a Grande fratello

Da luglio pignoramenti «mirati» sui conti correnti e accesso illimitato alle informazioni sui contribuenti

È il principale effetto della «abolizione» di Equitalia e, forse non per un caso, il meno conosciuto. La cancellazione della società di riscossione decisa dal governo Renzi non porta grandi benefici ai contribuenti che pagano le tasse, ma vista dal punto di visto di chi deve scovare gli evasori è una semplificazione con conseguenze importanti. Una è quella che giorni fa il Blog di Beppe Grillo, ha descritto come l'arrivo del grande fratello fiscale e quindi la possibilità da parte della riscossione di prelevare direttamente dai conti correnti dei contribuenti in debito.

Una semplificazione politica. La possibilità di pignorare i «crediti» dei contribuenti e quindi anche i loro conti correnti esiste dal 2005, ha ribattuto la stessa Agenzia. La novità che scatta da luglio è effettivamente solo quella introdotta dal decreto fiscale del 2016, lo stesso che abolisce Equitalia. Nella versione dell'Agenzia delle entrate, la legge del governo Renzi migliora l'attività di riscossione che «non si muoverà più a fari spenti».

La realtà è che, dal primo luglio, il fisco potrà effettivamente accedere a più informazioni rispetto a prima. Ad esempio le giacenze nei conti dalle quali eventualmente attingere una volta scattato il pignoramento. Se il contribuente ha più di un conto il fisco sarà in grado di prelevare da quello che ha effettivamente delle disponibilità.

Altro cambiamento, forse più importante, è che la società di riscossione, quando diventerà parte integrante dell'Agenzia delle entrate, avrà accesso a tutte le banche dati pubbliche che riguardano il contribuente. Compresa quella dell'Inps. Equitalia poteva già farlo, ma servivano più passaggi. Ora, la maxi agenzia delle entrate e della riscossione, potrà farlo senza ostacoli.

La concentrazione di tutti questi poteri sull'Agenzia delle entrate, ha osservato ieri Salvatore Padula per Il Sole24ore, non ha precedenti, nemmeno ai tempi del ministero delle Finanze. Già con la gestione di Rossella Orlandi (la responsabile dell'Agenzia che si appresta a lasciare il posto a Ernesto Maria Ruffini) aveva guadagnato un'autonomia sempre maggiore, anche rispetto al ministero dell'Economia che in teoria dovrebbe dare l'indirizzo politico. Non sono rari casi di leggi «dettate» dall'Agenzia delle entrate e poi passate, per iniziativa del governo o del Parlamento.

Nonostante Orlandi avesse partecipato a una Lepolda di Matteo Renzi, non sono mancati attriti con il governo del segretario Pd. Ad esempio sulla soglia del contante e anche sulla vicenda dei dirigenti dell'Agenzia. Nei giorni scorsi l'ex viceministro all'Economia, oggi segretario di Scelta Civica, Enrico Zanetti, ha denunciato la nomina da parte del direttore uscente di un vicedirettore. «Si fa sempre più smascherato il modus operandi di una cordata di potere che considera l'Agenzia delle entrate come sua proprietà privata sin dalla sua costituzione», ha denunciato Zanetti. «Altro che servitori dello Stato, come diceva l'altro giorno l'onorevole Bersani, questi si ritengono padroni delle istituzioni e i cittadini sudditi», conclude.

Il riferimento a Bersani non è casuale. Tra le voci che circolano in questi giorni al ministero dell'Economia, c'è anche quella di una candidatura di Orlandi nelle liste di Mdp, che si candida a diventare il partito delle tasse. Senza nemmeno il bisogno di mascherarlo troppo, visto che hanno anche proposto una patrimoniale.