"Mettevo la mano sul fuoco Gli incendi d'oggi? Politici"

Parla il primo "fire investigator": "Se il rogo della Fenice fu colpa degli elettricisti, per l'acqua alta a Venezia il pm Casson avrebbe dovuto indagare gli idraulici..."

A partire dal 1977 ha indagato su 600 incendi, forse 800. Di ogni tipo: accidentali, colposi, dolosi. «Ma poi sono cominciati quelli politici. A quelli non ero preparato. Ho smesso». Gianpietro Zucchetta, 66 anni, barba alla Abramo Lincoln, anzi alla capitano Achab interpretato da Gregory Peck in Moby Dick, è un flemmatico veneziano che solca le acque della laguna sulla Liona, perfetta ricostruzione della gondola usata nel 1752 da Giacomo Casanova, «simmetrica, e non storta come usa oggi, una Rolls-Royce con due gondolieri per due persone, al contrario di quelle moderne con un solo gondoliere per sei giapponesi in serenata». È stato il primo in Italia a dedicarsi a una professione, fire investigator, che in precedenza non esisteva. Che fosse l'ospedale Umberto I di Ancona ripetutamente preso di mira da un piromane seriale oppure l'ex Molino Stucky della Giudecca, ovunque divampava un incendio i magistrati erano costretti a convocare questo perito con laurea in chimica pura organica conseguita all'Università di Padova, se volevano scoprirne le cause. E Zucchetta, aderente all'International association of arson investigators che raccoglie 8.000 professionisti di tutto il mondo specializzati in disastri dolosi, nonché alla britannica Forensic science society, era sempre in grado di esprimere un parere definitivo in materia.

Poi le fiamme, che già in natura virano al rosso, hanno cominciato ad assumere una colorazione vermiglia più marcata. «Accadde il 29 gennaio 1996, quando prese fuoco la Fenice e l'allora pubblico ministero Felice Casson, che in seguito sarebbe divenuto senatore del Pd e candidato sindaco di Venezia per lo stesso partito, avocò a sé l'indagine che in teoria sarebbe spettata al sostituto di turno quella notte in Procura», dice Zucchetta. Per il rogo del celebre teatro furono condannati in via definitiva dalla Cassazione due elettricisti addetti alla manutenzione, i quali avrebbero appiccato le fiamme per poter attribuire a cause di forza maggiore il ritardo nei lavori e sfuggire così a una penale salata a carico della loro ditta. «Se la distruzione della Fenice è colpa degli elettricisti, allora l'acqua alta è colpa degli idraulici», ridacchia il fire investigator. Il quale, quando si dice il caso, fu escluso proprio dall'inchiesta sul monumento simbolo della sua città natale.

Il bello è che Zucchetta, oltre che di fuoco, s'intende anche di acqua. Già capitano di lungo corso sulle navi mercantili, sposato con una ricercatrice d'archivio che lavora gratis solo per lui, ha scritto una dozzina di libri, il più pregevole dei quali è un inventario in due tomi (1.300 pagine, 1.600 immagini, 6 chili e mezzo di peso) dei 443 ponti di Venezia, escluso lo sgorbio progettato da Santiago Calatrava. Per la Fondazione Ligabue ha ricostruito la mappa dei canali scomparsi o tombati (i rii terà), oltre una cinquantina. Nel cassetto adesso Zucchetta ha pronta una poderosa cronologia di tutti gli incendi registrati in laguna a partire dall'anno 1000. È lui il Matteo Bragadin protagonista delle avventure, per metà vere e per metà romanzate, narrate nel libro Le mani sul fuoco che gli ha dedicato il suo amico Luca Goldoni, conosciuto per caso una trentina d'anni fa, quando il giornalista del Corriere della Sera attraccò con la sua barca alla Compagnia della vela sul molo San Marco, dove Zucchetta è socio storico. «Con Luca mi sono divertito anche a scrivere Casanova, romantica spia. In pratica la Serenissima faceva come i sovietici nel dopoguerra: lo infilava nel letto delle amanti dei potenti di mezzo mondo per carpirne i segreti».

Zucchetta è stato consulente di vari enti pubblici, fra cui il ministero dell'Ambiente e il Consiglio nazionale delle ricerche. Non c'è compagnia di assicurazione che non si sia rivolta a lui per risalire all'origine di un incendio.

Com'è nata la passione per il fuoco?

«Per caso. Tenevo la barca sull'isola di San Giorgio. A fianco c'era ormeggiata quella del magistrato Cesare Albanello, che aveva cominciato a occuparsi di un nuovo fenomeno: gli incendi dolosi. Mi chiese di dargli una mano. Presi contatto con Scotland Yard. E diventai consulente del Centro di indagini criminali istituito da Antonio Fojadelli, allora capo della Procura di Venezia, il primo sorto in Italia per rilievi scientifici di vario tipo sui reati».

Ma non indagò sul rogo della Fenice.

«Me ne guardai bene. Fece tutto il pm Casson, con i suoi consulenti. Solo dopo sei mesi, quando non restava più nulla da esaminare sulla scena del disastro, aprì le porte ai periti di parte. Gli avvocati di due indiziati mi offrirono un assegno in bianco. Risposi: no, grazie».

Perché?

«Non mi occupo di incendi politici».

Si spieghi meglio.

«Le ipotesi erano due. O si trattava di incendio colposo, nel qual caso si sarebbero dovute imputare parecchie autorità, dal sindaco ai consiglieri di amministrazione della Fenice, per varie negligenze: carenza dei sistemi di prevenzione, messa in secca dei canali con conseguente impossibilità per i vigili del fuoco di attingervi l'acqua, mancanza di guardianaggio. Oppure si trattava di incendio doloso, nel qual caso gli ipotetici imputati diventavano parti lese. Fra i politici eccellenti e gli anonimi elettricisti, su chi poteva cadere la scelta?».

Ma se la perizia sulla Fenice non la convince, sa dirmi perché il teatro andò in fumo?

«Il sistema antincendio era stato disinstallato, i canali circostanti erano asciutti e gli operai incaricati del restauro si preparavano i pasti sui fornelletti nelle Sale Apollinee. Può bastare?».

Una vicenda all'italiana.

«Che fa il paio con quella del comandante pilota del nucleo elicotteri dei vigili del fuoco di Venezia, Roberto Tentellini. Medaglia d'argento al valor civile».

Lo intervistai per Panorama . Dopo 39 anni in divisa, il suo stipendio era di 1.416 euro netti al mese, indennità di rischio compresa.

«E che rischio. Stavano per indagarlo e licenziarlo perché con il suo vecchio elicottero, un residuato americano della guerra nel Vietnam, la notte in cui bruciò la Fenice fece eroicamente la spola per 123 volte, dal canale della Giudecca al teatro, scaricando sul rogo 1.000 litri di acqua al colpo. Secondo i magistrati non avrebbe dovuto fare avanti e indrè con quell'enorme secchio appeso sotto la pancia dell'elicottero, fra l'altro non abilitato al volo notturno. Troppo azzardato».

Mai darsi da fare.

«Io anticipavo di tasca mia le spese per la stampa delle fotografie accluse alle perizie. A sette anni di distanza da un incendio, l'Agenzia delle entrate m'ingiunse di restituire un quinto di quanto la Procura mi aveva rimborsato».

Perché?

«Perché, essendo la fattura del laboratorio intestata a un organo dello Stato, andava ridotta di un quinto in base al regio decreto numero 2701 del 23 dicembre 1865 relativo all'approvazione delle tariffe in materia penale».

Ha dovuto pagare?

«Li ho mandati a quel paese con una lettera, rimasta senza risposta».

Da ragazzino ha mai acceso qualche falò per vedere l'effetto che fa?

«No. Sono cresciuto nel culto della Serenissima, che, essendo Venezia costruita su palafitte di legno, contemplava norme severissime in materia. Ha presente la forma tronco-conica dei camini, con la base maggiore verso l'alto? Serve a impedire che fuoriescano le scintille. Infatti fu adottata dalle ferrovie tedesche per i fumaioli dei treni a vapore che attraversavano le foreste».

Ma c'è davvero chi scherza con il fuoco?

«Tutti coloro che lo appiccano. Nel 99 per cento dei casi vengono investiti da una deflagrazione, perché ignorano che i vapori della benzina esplodono non appena accendi il fiammifero».

I boschi bruciano da soli o vengono bruciati?

«La seconda che ha detto. Abbiamo una pletora di dipendenti dello Stato pagati per controllare gli incendi estivi. Se i boschi non bruciano, restano disoccupati. Quindi hanno tutto l'interesse che qualcosa succeda: significa che sono utili. Invece bisognerebbe dargli lo stipendio soltanto quando non si sviluppano i roghi».

Altri rimedi?

«Andrebbero istituiti pool specializzati per le indagini. L'incendio è un killer molto onesto: lascia le tracce. Ma per poterle leggere è fondamentale arrivare subito. Faccia conto di trovarsi davanti a un puzzle in cui tutte le tessere sono nere. Bisogna essere capaci di incastrarle al posto giusto. Si può riconoscere il carburante usato come se fosse un'impronta digitale e risalire persino, con una percentuale di errore pari a zero, al distributore di benzina da cui è uscito. Ma non lo puoi fare dopo due mesi: la miscela nelle aree di servizio cambia in continuazione».

Sono tanti i roghi dolosi?

«Il 98 per cento. Abbiamo avuto il periodo delle discoteche: andavano a fuoco una dopo l'altra, cosicché toccavano alle assicurazioni le spese per rifare arredamenti e impianti che non erano a norma. Poi c'è stato il periodo delle aziende in difficoltà, con punte parossistiche a gennaio e agosto per via dei bilanci. Con la crisi economica, il fenomeno è regredito: ora le ditte chiudono e stop».

Il Molino Stucky di Venezia era chiuso dal 1955 ma è bruciato lo stesso.

«Volevano spacciare per accidentale un incendio divampato in due punti diversi all'ultimo piano di un'impalcatura, all'ora di pranzo, con la gente che dalle Zattere fotografava la scena. Mi feci calare dentro una cesta, per 80 metri, dentro la torre. I reperti prelevati, sottoposti a un'analisi chimica elettronica chiamata gas massa, rivelarono che era stata utilizzata una benzina additivata con altre sostanze, una roba molto professionale. Lanciammo un appello attraverso i giornali. Ci arrivarono migliaia di immagini scattate dai turisti, comprese quelle dei due autori del rogo che scappavano».

Il caso più complicato che ha risolto?

«Quello di un postino trovato carbonizzato dentro una Fiat 500 nella zona dove operava la mala del Brenta. Abitacolo chiuso dall'interno, strani recipienti sul pavimento dell'auto. Il cadavere presentava un ematoma dietro la nuca. Pareva un delitto. Ma se la portiera era bloccata, chi poteva aver colpito la vittima alla testa, dandogli poi fuoco? Risalii al contenuto nei barattoli: etere di petrolio. La faccio breve: il poveretto, calvo, doveva pulirsi il cranio con quella sostanza per mettersi il parrucchino e non aveva trovato di meglio che farlo in auto, al riparo da occhi indiscreti, in un luogo isolato. Solo che durante l'operazione s'era acceso una sigaretta e l'esplosione susseguente lo aveva mandato a sbattere con la nuca contro il poggiatesta».

Chi è un piromane?

«Nel 90 per cento dei casi un pompiere mancato. Quando arrivano i vigili del fuoco, stia pur certo che lui è sul posto a guardare le operazioni di spegnimento e a fornire indicazioni utili».

Fu Nerone a bruciare Roma?

«E chi lo sa? Io non c'ero».

Lei ha tradito il fuoco e ha scritto per Marsilio una Storia dell'acqua alta a Venezia . Come si difendeva la Serenissima da questa calamità?

«Non certo con il Mose. Intanto era vietato abitare i pianterreni delle case. Poi i fondali erano profondi solo 4 metri. Oggi raggiungono i 12 per consentire alle navi da crociera di entrare in Bacino San Marco. Pensi all'intelligenza dei dogi: invece di scavare la laguna per favorire il pescaggio dei grandi vascelli, avevano inventato due mezze navi, dette cammelli, che li sollevava dai lati sul pelo dell'acqua. Lei capisce che la velocità di entrata dell'alta marea dipende dal diametro del rubinetto: più si abbassano i fondali e più rapidamente la città viene sommersa».

Peggio gli incendi o le alluvioni?

«L'acqua non la controlli».

Si nasce incendiari e si muore pompieri?

«Credo di sì. Anche se io non ho mai acceso neppure il fuoco nel caminetto. Lo fa da solo».

Non capisco.

«Un tizio mi fregava regolarmente con incendi periodici delle balle di cotone nei suoi magazzini, dando la colpa all'autocombustione e riscuotendo l'indennizzo dall'assicurazione. Alla fine ho scoperto che le fiamme erano sprigionate da una sostanza che nel giro di 45 minuti raggiunge per reazione chimica la temperatura di 450 gradi. Da allora la uso d'inverno per far accendere il caminetto in mia assenza. Così al rientro a casa trovo già un bel calduccio».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it