Da Miglio ai due referendum: un sogno che diventa realtà

Bossi agitava la secessione ma puntava al federalismo

Non è l'indipendenza predicata da Umberto Bossi, né il federalismo sognato da Gianfranco Miglio. Non è neppure il federalismo fiscale che Roberto Calderoli aveva messo a punto nell'ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi e che poi, da Mario Monti in giù, nessun altro premier aveva estratto dal dimenticatoio. L'autonomia differenziata delle regioni è una cosa diversa da tutto ciò, ma è un capitolo della stessa storia, quella di territori produttivi che si comportano come cavalli purosangue: per dare il meglio chiedono di galoppare senza troppe briglie.

L'autonomia è nel Dna della Lega, anche se ha perso per strada il Nord. Il Bossi delle origini era un politico che voleva dare attuazione alle idee del professor Miglio, il quale dagli anni Sessanta predicava (nel silenzio generale) che l'accentramento amministrativo era stato un errore. Un'Italia federale fatta di macroregioni sarebbe stata più rispondente alla storia del Paese e anche alle diversità economiche.

Il Senatur portò Miglio in Parlamento ma non gli diede un seggio da ministro delle Riforme, nonostante che il professore avesse elaborato il primo progetto per modificare la Costituzione in senso autonomista. Bossi finì addirittura per superare le idee di Miglio quando premette sull'acceleratore e da forza federalista fece diventare il Carroccio indipendentista.

Correva il 1996. L'obiettivo era irraggiungibile, Bossi lo sapeva ma preferiva cavalcare l'utopia della Padania libera piuttosto che scendere a qualche compromesso. Quando la Lega tornò al governo, nel 2001 e soprattutto dal 2008, i propositi scissionisti furono trasformati in un progetto più abbordabile e più sensato. Si chiamava federalismo fiscale, un tema ben noto agli studiosi di Scienza delle finanze, che non il centrodestra, ma il centrosinistra aveva introdotto nella Costituzione con la riforma del titolo V operata nel 2001. I suoi tessitori furono Calderoli e Giulio Tremonti. Era un modo per segnare una differenza territoriale giustificata dal buon governo. Le regioni avrebbero goduto di maggiore autonomia tributaria ma se ne sarebbero assunte tutte le conseguenze. Roma non avrebbe più saldato il conto degli amministratori dalle mani bucate, che alle elezioni successive non si sarebbero potuti ricandidare.

Il principio era lo stesso che si trova alla base di qualunque rivendicazione autonomistica: più i centri di spesa sono vicini ai cittadini, più facile è il controllo di come vengono impiegati i soldi. D'altra parte, se la Padania indipendente era una chimera, il fisco federale è una realtà consolidata in Trentino Alto Adige, dove funziona alla grande, e pure in Sicilia, anche se l'isola non si fa mai bastare i soldi delle sue tasse. Il processo riformista si è arenato con l'arrivo di Monti a Palazzo Chigi, e poi di Letta, Renzi e Gentiloni.

Ma le regioni del Nord continuavano a lavorare per guadagnarsi maggiori spazi di azione. Che questa sia un'esigenza profondamente sentita, lo hanno confermato i referendum del 22 ottobre 2017 in Lombardia e Veneto: due plebisciti (98 per cento di sì in Veneto) per l'autonomia differenziata. Soldi in più non ne arrivano, per ora. Ma è un passo contro il centralismo e contro gli sprechi.