Milano vuole indagare sul decreto Renzi

La Procura scava sulle Popolari, avviata una ricognizione. Ma c'è il rischio di scontro con i pm di Roma che sono già partiti

MilanoRoma indaga, Milano batte un colpo. La Procura del capoluogo lombardo mette nel mirino il decreto legge del governo Renzi sulle banche Popolari, che ha già creato più di un imbarazzo a Palazzo Chigi. Ancora nessun fascicolo è stato aperto, ma l'ufficio guidato dal procuratore aggiunto Francesco Greco - a capo del pool di magistrati che si occupano di reati finanziari - sembra intenzionato a giocare le proprie fiches qualora le verifiche in corso della Consob e gli accertamenti del Nucleo di polizia valutaria della guardia di finanza producessero una qualche notizia di reato. Le ipotesi, con tutta evidenza, sarebbero due: insider trading o aggiotaggio.

La grande partita giudiziaria relativa alla presunta speculazione sui titoli degli istituti popolari, che per decreto potrebbero essere trasformati in società per azioni, potrebbe dunque arricchirsi di un giocatore di primissimo piano. E assai agguerrito. Da sempre, infatti, le toghe milanesi sono in prima fila nelle inchieste sui più colossali scandali finanziari del Paese (da Parmalat ad Antonventa, da Unipol a Fondiaria), attraendo su di sé l'intera orbita dei reati commessi a Piazza Affari. Dopo l'allarme lanciato dal presidente della Consob Giuseppe Vegas, era pressoché inevitabile che la Procura lombarda muovesse le proprie pedine. Primo, mettendosi in contatto con i magistrati romani. Secondo, attivando gli 007 delle fiamme gialle.

I pm milanesi, per ora, si mostrano cauti. Ancora nessun fascicolo aperto, ma una prima «ricognizione» sul tema è stata fatta. Determinante sarà l'esito del lavoro di Consob e Gdf, al termine del quale cui Greco e i suoi colleghi potranno decidere se ingranare la marcia a aprire un filone di indagine milanese. A quel punto, cosa accadrà? Che tra Roma e Milano potrebbe iniziare un confronto (qualcuno dice una guerra ) di competenze, a seconda degli eventuali profili penali che dovessero emergere. Insider trading (ossia la rivelazione di notizie riservate da parte di chi ne è in possesso in ragione di una posizione privilegiata), o l'aggiotaggio (cioè la manipolazione del marcato azionario) le ipotesi di reato che più verosimilmente potrebbero essere perseguite dal capoluogo lombardo, visto il fil rouge con la Borsa. Ma in ballo sembrano esserci alcune operazioni finanziarie sospette, e possibili speculazioni sui titoli portate avanti sui mercati esteri, a partire da quello londinese. Ossia da dove sono state rastrellate azioni delle Popolari, e in particolare quella dell'Etruria e del Lazio, di cui vicepresidente era fino a pochi giorni fa Pier Luigi Boschi, il padre di Maria Elena, ministro delle Riforme oltre che segretario generale della fondazione Open, nella cui home page campeggia una foto di Matteo Renzi nei giorni della Leopolda, e che negli ultimi anni è stata foraggiata dal finanziere Davide Serra, amico (nonché munifico sostenitore) del premier, molto attivo sulla piazza di Londra attraverso il fondo Algebris. Da Algebris, tuttavia, viene precisato che dal primo al 19 gennaio 2015 l'investitore non ha fatto operazioni sulle Popolari italiane, ad eccezione di una dismissione di 5,2 milioni di azioni del Banco Popolare che avrebbe generato solo perdite.

«Giusto che la magistratura indaghi», commenta il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Anche perché tutt'altro che rassicuranti sono le «plusvalenze effettive o potenziali stimabili in circa 10 milioni di euro» di cui ha parlato Vegas, e che sarebbero legate a movimenti anomali sugli istituti popolari avvenuti nei giorni prima che l' «investment compact» - così è stato ribattezzato il decreto di riforma del settore - fosse annunciato a mercati chiusi. Un breve lasso durante il quale il valore delle Popolari è schizzato alle stelle. Su tutte, la Banca dell'Etruria, che ha segnato un clamoroso +62%.