Mille lettere d'amore trovate dall'unico artista di carattere

Trasforma in quadri l'epistolario di Umberto e Maria: cominciò nel 1901 e durò fino alla Grande guerra. "Ho rintracciato l'ultimo dei loro 10 figli, ha 102 anni"

Difficile dire se Giorgio Milani, scultore, pittore, poeta visivo e guru della pubblicità che vive a Piacenza e piaceva a Gianni Brera, sia più un uomo di carattere o un uomo di lettere. Sulla prima qualifica non avrei dubbi: da oltre 30 anni perlustra le tipografie di mezzo mondo e rastrella a casse intere i font di legno mandati in pensione dall'avvento della fotocomposizione. Con segni alfabetici, logotipi, fregi, filetti, fuselli, interlinee e margini serviti per stampare libri, giornali e manifesti crea i poetari, così, su calco dei sillabari, ha battezzato i suoi capolavori da leggere alla rovescia: «Se mai qualcuno un giorno si ricorderà di me, sarà per questi». Sulla seconda qualifica idem: è riuscito a recuperare a rate, nel magazzino di un rigattiere e in una discarica, l'epistolario formato da un migliaio di missive che due amanti, poi divenuti marito e moglie, si scambiarono per una quindicina d'anni all'inizio del secolo scorso, e lo ha trasformato in opere d'arte.

I protagonisti di questa storia, consegnati da Milani all'immortalità, si chiamavano Umberto Cisotti e Maria Pegoraro. Lui, matematico e fisico, accademico dei Lincei, discendente da nobili vicentini, classe1882, si laureò a Padova nel 1903; fu assistente di Tullio Levi Civita, docente di meccanica razionale che indicò ad Albert Einstein la via per formulare la teoria della relatività; insegnò all'Università di Pavia, al Politecnico e alla Statale di Milano. Lei, donna colta e di ottima famiglia, nacque a Mestrino (Padova) nel 1884; dopo una tormentata storia d'amore, ostacolata dai suoi genitori, riuscì finalmente a sposare il suo Romeo nel 1906 e gli diede ben 10 figli.

Buona parte delle lettere che si scrivevano sono prive di affrancatura, perché consegnate furtivamente. A fare da messaggero d'amore fra i due non era, come nel film di Joseph Losey, il tredicenne Leo, bensì un maturo carrettiere che ogni giorno trasportava botti di merlot e cabernet da Mestrino a Padova. Fino a quando le consegne non s'interruppero perché il cavallo del vinaio, imbizzarritosi al passaggio di una delle prime automobili, finì nel fosso insieme con il suo padrone e l'intero carico.

Solo due mesi fa l'artista piacentino è venuto a sapere che a Milano vive ancora l'ultimo figlio dei Cisotti, Fernando. «Ha 102 anni. Ha esercitato la professione di avvocato fino ai 91. Mia moglie Lia è stata al telefono con lui per un'ora. “In casa nostra regnava l'armonia”, ha rievocato, parlando dei genitori. E ha spiegato che, dopo aver perso la consorte, non ha voluto risposarsi perché intendeva restarle fedele anche oltre la morte. Ha chiuso la conversazione con questa frase: “L'amore salverà il mondo”».

Milani, 68 anni, da sempre fa l'artista per un bisogno interiore, non certo per soddisfare le necessità materiali. A dargli di che vivere basta e avanza Vbm comunicazione, l'agenzia di cui è socio e direttore creativo, che produce campagne pubblicitarie e spot televisivi per il colosso Bayer dal Portogallo alla Polonia, ma anche per Barilla, De Rica e Standa. Il principale dei suoi atelier ha sede nell'Oratorio di San Rocco, una chiesa sconsacrata del 1500 a Borgonovo, in Val Tidone. È qui, al gelo, sotto l'occhio vigile di Dio Padre in gloria affrescato nell'abside, che sono nati, oltre ai poetari, i Frammenti di un discorso amoroso che trasfondono su tela i sentimenti di Umberto e Maria Cisotti; le torri di Gutenberg e quelle di Babele con caratteri di stampa alti fino a 120 righe tipografiche (equivalenti a 54 centimetri); le facciate del Campiello di Vigonovo, 400 metri quadrati di ferro corten che recano traforati versi dalle poesie di Félix Lope De Vega e Thomas Stearns Eliot scelte insieme con Philippe Daverio; il crocifisso esposto all'ingresso dell'aula magna dell'Università Cattolica di Piacenza «dopo che l'aeroporto di Malpensa l'aveva rifiutato perché, anche se collocato nella cappella, poteva offendere la sensibilità religiosa dei viaggiatori non cristiani»; gli assemblaggi di font che decorano fontane e pavimentano piazze a Milano, Piacenza, Lodi, Salsomaggiore; il portale dello stanzone dov'era ubicata la vecchia rotativa della Libertà. «Dal quotidiano della mia città ho avuto pochi fondi di magazzino. Il grosso ho dovuto cercarmelo dal Piemonte alla Puglia, e all'estero, fino a Istanbul».

Un lavoraccio.

«Mi ha aiutato un amico tipografo, oggi purtroppo scomparso, Sergio Decrema. Nessuno capiva che cosa se ne facesse dei vecchi font. Con i potenziali venditori, s'inventava scuse strampalate: “Servono per insegnare la lettura ai bambini”. Un giorno mi cerca tutto eccitato: “Chiama subito questa stamperia di Bari, è un giacimento aurifero”. Telefono. Il titolare mi dice: “Vero, ho il magazzino pieno di caratteri in legno. Li vendo a 1 milione di lire a serie”. Scherza? I suoi colleghi li buttano via, replico io. E lui: “Eh, lo so, ma c'è un artista di Piacenza che ne fa incetta e li tramuta in opere d'arte”. Nel 1998 espongo i poetari a Miami. L'anno dopo un mio assistente li vede in una galleria di Aspen: erano copie. Facevo concorrenza a me stesso».

Quanta roba ha raccolto?

«Quanta roba ho già usato, vorrà dire. Mi restano ancora un migliaio di font completi, quindi circa 100.000 lettere».

Come ha cominciato?

«Passavo davanti alla tipografia Tep di Piacenza. Vidi degli operai che gettavano secchi di caratteri su un camioncino. Chiesi: dove li portate? “In discarica”. Li dirottai nel mio studio in Val Tidone. Me li regalarono: smaltirli sarebbe costato di più. Saranno stati 2 quintali, tutti mescolati. Impiegai mesi a suddividerli per famiglie e a ricostruire gli alfabeti».

E poi è passato a utilizzarli nelle sue composizioni artistiche.

«Sì. Finché un giorno capitò nel mio atelier il compianto gallerista milanese Gianfranco Bellora, il maggior esperto di poesia visiva. Prese uno sgabello, si sedette, guardò le opere gutenberghiane e sussurrò due parole: “Sei arrivato”».

Lo penso anch'io.

«La storia dell'arte è fatta di gradini. Ogni artista, se è tale, dà un suo contributo, piccolo o grande che sia. Avevo salito il mio scalino. Vede, noi dobbiamo trovare un punto d'equilibrio fra presunzione e autocritica. Se diventi presuntuoso, sei un pirla. Se ti maceri troppo nel dubbio sul tuo valore, finisce che non produci più. Perciò devi avere vicino qualcuno che ti rassicuri su quanto stai facendo. Questa persona per me era Bellora».

La passione per l'arte quand'è nata?

«Alle elementari. Riproducevo con matite e pastelli tutto ciò che vedevo. Finita la terza media, il professor Casali convocò mio padre, un falegname, e gli disse: “Mandi suo figlio al liceo artistico”. Invece l'indomani papà m'iscrisse all'istituto tecnico. Finito il quale pensò bene d'indirizzarmi a economia e commercio. Se non ci fosse stata la mamma ad assecondare la mia vera natura...».

Forse suo padre si rendeva conto che la pittura non sempre dà il pane.

«Infatti, da poco sposato con Lia, vendevo - anzi, non vendevo - i quadri a 50.000 lire. Fra il 1972 e il 1973 ci nacquero due figli, Michele e Matteo. Le ristrettezze di bilancio si fecero sentire. Un certo dottor Fugazza mi commissionò un disegno per la pubblicità di una latteria: una mucca abbracciata a una bottiglia. Mi diede 70.000 lire. Credevo di sognare. Subito dopo mi presentai alla De Rica».

Come grafico pubblicitario?

«Già. Solo che il direttore marketing parlava in inglese, mentre io avevo studiato il francese. Mi chiese se fossi un account e mi offrì un brief per sales folder. Scappai via senza averci capito nulla. Mi misi a studiare la lingua britannica. Dopo sei mesi mi ripresentai in De Rica».

Che fegato.

«Nel frattempo era stata comprata da Montedison. Dissi al nuovo direttore generale: sono un account, ha per caso un brief per sales folder da offrirmi? Fu comprensivo: “Mi faccia un biglietto d'auguri per Natale in tutte le lingue, arabo incluso”. Nessuna linotipia di Piacenza aveva caratteri di stampa orientali. Angosciato, interpellai un amico che lavorava alla De Rica. “Ma che ti frega? Toh, mettici questa scritta, chi vuoi che la legga?”, e ritagliò dall'etichetta di una scatola di pelati gli ingredienti in arabo. Il biglietto venne stampato in 1.000 copie. Incassai 180.000 lire, un'enormità. Passati sei mesi, il direttore generale mi convocò: “Senta, Milani, ho di là una delegazione di clienti arabi . Vogliono sapere perché a fine anno gli abbiamo mandato gli auguri con la descrizione dei nostri pomodori”. L'avevo combinata talmente grossa che fui perdonato e ancora lavoro per loro».

Dove ha trovato le lettere d'amore?

«Le aveva un certo Ratti, robivecchi che sgomberava soffitte a Milano. Erano 500. Solo dopo molte insistenze si decise a vendermele. Con mia moglie passai un inverno a leggerle e a disporle in ordine cronologico. Ognuna contiene un souvenir: ciocche di capelli, fiori di campo, mughetti, viole, garofani, monetine da 2 centesimi. Coprono il periodo dal 1901 al 1906, quando Umberto e Maria si sposarono, e proseguono fino alla Grande guerra. Lui le scriveva dal Carso, dov'era stato mandato come ufficiale di cavalleria. Dopo la prima mostra, mi chiamò un amico pittore, Franco Corradini: “Per caso i protagonisti dei tuoi quadri si chiamavano Cisotti e Pegoraro?”. Aveva trovato altre 500 missive in un immondezzaio lungo il fiume Tidone. Me le cedette. L'epistolario completo è più avvincente di un romanzo».

Perché?

«Intreccia molte vite. Umberto conobbe Leonildo Pegoraro, fratello di Maria, durante la naia. Frequentandone la casa, s'innamorò della ragazza. Ma l'amore fra il “nobil uomo” e la “gentile signorina”, così si scrivevano sulle buste, venne contrastato dalla famiglia di lei, timorosa che Cisotti volesse solo approfittarsene. Ne fa fede una lettera dell'11 giugno 1901: “Umberto, mi sembra vederti pensieroso, tremendamente avvilito pel timore ch'io abbia ricevuto acerbi rimproveri. Oh Umberto! Ti prego, tranquillizzati. Sebbene tutti a casa siano accigliati con me, non posso dire d'essere stata trattata tanto male. Il babbo fu l'unico a parlarmi; egli con tono severo mi proibì d'uscire di casa e chiaramente mi disse che acconsentirà a conoscerti quale mio fidanzato soltanto dopo la tua laurea. E ora, Umberto mio, che dobbiamo fare? Io t'amo tanto tanto, t'amo con tutta la forza dell'anima mia. L'affetto che nutro per te è sì grande che sono disposta ad amarti nascostamente”».

Ah, però, nascostamente.

«La siora Rosina, governante dei Pegoraro, praticò un varco nella recinzione della villa per consentire ai due morosi d'incontrarsi. Lui arrivava a cavallo da Padova. Di recente sono passato in auto da Mestrino con il mio amico Stefano Pareti, ex sindaco di Piacenza, e la moglie Carla: volevano a tutti i costi che andassimo a cercare il buco nella siepe. Da alcune lettere si arguisce che la capacità di resistenza degli amanti era messa a dura prova. Nel 1903 lei gli scrive: “La passione si fa sentire e forte forte, cresce e nell'anima e nel corpo. Sposo mio, sono felice felice, piena di bella immensa passione”. Sarebbero diventati marito e moglie solo tre anni dopo. Però Maria aveva idealmente sposato fin da subito Umberto, pur senza concederglisi».

Che cosa l'ha spinta a trasporre nei suoi quadri questa storia d'amore?

«Mi ha ricordato Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. E anche Pelléas et Mélisande, il dramma sull'amore proibito messo in musica da Claude Debussy. “Che hai? Tu non mi sembri felice”, chiede Maria. “Sì, sono felice, ma sono triste”, risponde Umberto. Sotto ogni cielo, la rivoluzione dell'innamoramento è identica per tutti. C'è anche un risvolto personale: io sono nato il 27 giugno 1946, dieci giorni prima che Umberto Cisotti morisse. È come se mi avesse passato il testimone. Maria Pegoraro seguì il marito nella tomba di lì a sette mesi, l'11 febbraio 1947. E dopo otto giorni è nata mia moglie».

Che cos'è l'arte, Milani?

«Sono arrivato a capirlo dopo 68 anni. È artista colui che offre la rappresentazione del proprio tempo. O lo precorre. Quando fra 300 anni vorranno sapere come vivevamo, i posteri dovranno andarsi a vedere le nostre opere d'arte. Prenda il cubismo di Pablo Picasso. Ancora non è stato capito. Quante facce ha un cubo?».

Sei, credo.

«Ma lei al massimo può vederne tre. Ecco perché Picasso dipinge la donna di profilo con due occhi. Ciò che vediamo, non è mai la verità. In una donna di profilo si scorge un occhio solo, ma in realtà ne ha due».

Consiglierebbe a un giovane di puntare sull'arte come lavoro?

«Sì, ma senza pensare di arricchirsi. I soldi sono semmai una conseguenza. Se punta solo a quelli, è un poveretto».

(738. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it