Multe ridotte sui migranti, scudo per gli agenti in piazza

Salvini incassa il Sicurezza bis, però è solo una piccola vittoria. Ora la partita si sposta sulla manovra correttiva

Il governo va avanti a tentoni. Diviso tra la linea del dialogo con la Ue di Conte e Tria, che vogliono scongiurare la procedura d'infrazione e mettere sotto controllo i conti impazziti, e la linea dello scontro dettata da Salvini, con Di Maio a rimorchio.

Il vertice di lunedì notte non è servito a chiarire nulla. Ieri il premier ha assicurato di aver avuto un «mandato pieno a trattare» con la Ue, «altrimenti mi dimetterei». Ma è suonato più come un avviso ai vice che come un fatto assodato. Se la posizione del premier (ribadita ieri nell'informativa alle Camere del ministro dell'Economia) è chiara, a essere incerta e oscura è la posizione dei due capi partito della maggioranza. Cercano davvero la rottura (rovinosa) con l'Europa e l'avvio dell'Italexit, a costo di far saltare il premier, o sono rassegnati al compromesso, sia pur mascherato? Nessuno lo ha ancora capito, neppure sul Colle più alto.

Nel Consiglio dei ministri di ieri, il primo dopo le elezioni europee, Salvini ha incassato il varo del decreto sicurezza bis, quello che non prevede più multe salate per chi soccorre i migranti in mare, ma solo sanzioni per capitani e armatori delle navi che li portino a terra violando un divieto di ingresso. C'è inoltre un inasprimento delle pene per i manifestanti che utilizzino «scudi o altri sistemi di protezione».

Di Maio, assente, minimizza e chiede «più rimpatri». Il vicepremier leghista, seduto a fianco di Conte nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, esulta: «È un passo avanti per la sicurezza del Paese». Ma si tratta di una piccola vittoria propagandistica, la vera partita è altrove.

Stamani, ha annunciato il premier, si terrà un secondo vertice, quello sulle risposte da dare alla Ue: «Una procedura di infrazione sarebbe estremamente dannosa - dice Conte - sia per le prospettive di crescita del nostro Paese che per l'intera Eurozona. L'impegno del governo è concordare con i partner europei un percorso credibile di riduzione del debito», ma senza «una manovra correttiva» che potrebbe avere effetti recessivi. Il capo del governo respinge le letture che lo darebbero ostaggio dei suoi vice: «Non sono all'angolo, nessuno mi detta l'agenda, c'è fiducia e dialogo nel governo», ripete.

È l'escamotage dialettico usato anche da Di Maio e Salvini: «Di manovra correttiva non bisogna neanche parlare», dice il primo. «Niente manovra correttiva», giura il secondo. La via d'uscita, indicata da Tria, sarebbe usare i fondi non utilizzati da reddito di cittadinanza e quota cento per correggere il deficit.

Ma dai vicepremier arriva uno stillicidio di provocazioni dirette agli interlocutori Ue. A cominciare dalla voce di una candidatura di Alberto Bagnai, leghista no-euro e acceso teorico della guerra a Bruxelles, a ministro degli Affari Europei. Un nome che sarebbe un pugno in faccia alla Ue e metterebbe in grossa difficoltà il Colle. Salvini svicola: «Fantacalcio, il nome lo sceglieremo con Conte». Poi si dice «fiducioso» sulla possibilità di evitare la procedura di infrazione, ma spiega che «non andremo col cappello in mano: gli altri governi si sono arresi alla Ue, noi no» e rilancia la flat tax. Quale sia l'obiettivo reale del vicepremier resta incerto. Nell'incertezza, però, Di Maio gli si abbarbica addosso: «Dialoghiamo con la Ue, ma niente tagli». Poi svela la sua irrealistica speranza: «Tanto la Ue non vorrà andare fino in fondo...».