Napoli, il Pd rischia ancora il commissariamento

Una crisi senza fine piomba sul partitone renziano dopo la clamorosa sconfitta di Valeria Valente. E la città resta immobilizzata "dallo sguardo di un serpente"

In “Mistero napoletano” Ermanno Rea racconta, attraverso la storia del matematico Renato Caccioppoli, comunista napoletano morto suicida nel 1959, la crisi irreversibile anche psicologica della sinistra della capitale del Mezzogiorno d’Italia. Una crisi senza fine, dopo le voci di commissariamento che piombano sul partitone renziano dopo la clamorosa sconfitta di Valeria Valente, restata fuori dal secondo turno delle elezioni comunali. Forse uno sguardo coinvolto non può in queste ore convulse dare una lettura meno contingente degli eventi sul Golfo. Ma occhi più distaccati, ma ascrivibili alla storia della sinistra napoletana, forse sì.

“Certo che sono andato a votare! Scheda bianca!”. Il professor Aldo Masullo non si fa problemi. Filosofo con solida militanza politica, classe 1923, una vita a sinistra, nel 2006 si tirò addosso le ire di tutta la sinistra per aver chiamato all’astensione gli intellettuali della città contro la decisione di Rosa Russo Jervolino (e del governatore Antonio Bassolino) di ricandidarsi a sindaco di Napoli per un secondo mandato dopo quello 2001-2006. Altro Pd, quello, potere vero, nomenclatura invincibile, Dc e Pci uniti nel disegno ulivista di Romano Prodi. Altri tempi. Oggi il professor Masullo apprende da chi scrive la notizia dell’imminente commissariamento del Partito democratico a Napoli.

Ma la notizia non sembra sconvolgerlo. “Il Pd a Napoli, come gli altri partiti sulla scena del resto, non ha una visione sul futuro della città. La candidata Valeria Valente, nonostante faccia politica da anni, non la conosceva nessuno. La Regione Campania e il Comune di Napoli non hanno mantenuto nessun rapporto, nessun dialogo con i cittadini, da vent’anni a questa parte”. Professore, Napoli non è certo una città di destra. Ma il partitone di sinistra viene escluso per la seconda volta dal ballottaggio e dalla stessa coppia: De Magistris-Lettieri. Com’è possibile? “Mi ripeto, il partito si è mosso male, indeciso sul da farsi, poi quello psicodramma su Bassolino, si può candidare alle primarie, non si può candidare, può ricorrere per i brogli, non può ricorrere… un elettore che fiducia poteva avere?”. Forse perché la sinistra, almeno una certa sinistra antagonista e movimentista, è rappresentata dall’attuale sindaco? “Si muove molto, appunto. Ma non fonda nulla di duraturo, mi pare”. Insomma, pessimismo totale? “Abbiamo il dovere di avere fiducia, per carità!”.

Ernesto Paolozzi, anch’egli filosofo, ma crociano, anch’egli di formazione politica più laica, ma sempre orientata a sinistra, a votare ci è andato e ha votato per il partito (anche Masullo lo chiama così, ndr). “Il Pd a Napoli non è renziano. L’unico renziano vero è Antonio Bassolino, che sostenne Renzi alle primarie del 2013. Gli altri sono i capibastone locali che hanno fatto il salto sul carro del vincitore. A Napoli non ci sono figure come Sala o come Giachetti. E poi i capicorrente della prima Repubblica si facevano guerre feroci, ma spostavano 100mila voti. Quelli di oggi ad andar bene ne spostano 4mila”. È solo un problema di Leopolda mancata quello del Pd napoletano? “Non solo. La questione meridionale, che non è un’invenzione di qualche storico ma è il nodo irrisolto anche dell’Italia di oggi, è stata ignorata in un primo momento anche da Renzi, che recentemente ha aggiustato la rotta. Il Sud Italia è una nazione europea da 30 milioni di abitanti, il doppio della Grecia e dell’Austria, non può certo vivere di solo turismo”. Primarie truccate, riunioni registrate su bobina, lunghi coltelli, un euro per un voto: il Pd a Napoli “nun trova pace”, professore… “Renzi non riesce a trovare sul territorio una figura di riferimento. Con Bassolino certamente il Pd sarebbe arrivato al ballottaggio”. Non esattamente una speranza per un futuro nuovo, professore… “Contro De Magistris, che per quanto populista è comunque efficace nella comunicazione, serve una personalità collaudata”.

In principio fu Enrico Morando, funzionario dell’ex partito comunista, che a gennaio del 2009 arrivò a Napoli su mandato del segretario Franceschini per mettere mano alle tessere “gonfiate” ad arte. Passano due anni, gennaio 2011, ed è la volta di Andrea Orlando, mandato dal segretario Bersani a mettere ordine dopo il caos primarie tra Andrea Cozzolino e Umberto Ranieri, con i cinesi in fila per votare (tipo Milano 2016, per capirci…). Dopo cinque anni la terza città d’Italia, governata dalla sinistra dal 1993 al 2011, sta per conoscere il terzo commissariamento. Chi arriverà, ancora non si sa. Cosa troverà il nuovo commissario Pd? “Una città come immobilizzata dallo sguardo di un serpente”, dice Aldo Masullo.

Chi è il serpente? Forse non esiste, è nella testa del Pd napoletano. E forse non solo nella testa del Pd, visto che il centrodestra da queste parti finora non ha toccato palla e il Movimento 5 Stelle, nonostante la presenza nel direttorio di tre napoletani su cinque componenti, raccoglie in città risultati inferiori al resto del Paese. Ed è questo l’insondabile “mistero napoletano” di cui la politica cittadina per ora non riesce a venire a capo…