Nel Giappone ammalato di troppo lavoro c'è un ministro che si mette in "paternità"

Fa discutere la scelta di vita dell'astro nascente Koizumi, delfino di Abe

È il Paese del superlavoro. Dei karoshi, le morti - solitamente per attacco cardiaco - provocate dalle troppe ore passate in ufficio. Non c'è da stupirsi se, in un contesto del genere, la scelta del ministro dell'Ambiente giapponese Shinjiro Koizumi di andare in paternità ha fatto notizia, dentro e fuori i confini nazionali. A maggior ragione trattandosi di un politico giovane (ha 38 anni), astro nascente del Partito Liberal democratico, e spesso indicato come un possibile successore dell'attuale primo ministro Shinzo Abe.

Koizumi, a sua volta figlio di un ex premier nipponico, Junichiro Koizumi, ha segnato un primato nella storia del Giappone: nessun membro del governo era mai andato in congedo parentale. Il ministro ha spiegato nel corso di una conferenza stampa che, in vista della nascita del figlio prevista per il prossimo mese, si assenterà dal lavoro per due settimane distribuite su un totale di tre mesi e che questo non interferirà con i suoi doveri pubblici. I primi a sostenerlo in questa scelta sono stati i suoi colleghi ministri, che hanno salutato la decisione come progressista, mentre il portavoce del governo di Tokyo ha detto di auspicare che la mossa di Koizumi spinga altri uomini a fare lo stesso. Per lui, il clamore che l'annuncio ha suscitato è segno che il Giappone è un Paese «rigido e all'antica». «L'atmosfera deve cambiare, non solo il sistema - ha detto -. Altrimenti il numero dei pubblici ufficiali che usufruiranno del permesso non aumenterà mai».

La possibilità per gli uomini di rimanere a casa dal lavoro quando diventano padri, in realtà, in Giappone esiste ed è generosa. Come scrive il New York Times, secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), Giappone e Corea del Sud sono i Paesi che al mondo garantiscono più tempo in assoluto ai padri-lavoratori per prendersi cura dei figli. In Giappone agli uomini è concesso fino a un anno di congedo retribuito, come per le madri. Eppure, secondo i dati del ministero della Salute, solo il 6% dei dipendenti ne usufruisce, e di questi il 60% è già alla scrivania dopo due settimane (come dovrebbe fare Koizumi). Al contrario, tra le donne reduci dal parto l'80% va in maternità, e la maggior parte rientra tra i 10 e i 18 mesi dopo.

Sul tema, però, si incrociano altre due problematiche, oltre alla disparità di genere che fa sì che gli uomini siano meno propensi a usufruire di diritti che pure hanno acquisito. Da un lato la cultura del superlavoro, di cui uno dei simboli è Miwa Sado, giornalista della rete televisiva nazionale Nhk, morta di infarto nel 2013 a 31 anni dopo aver accumulato in un mese 159 ore di straordinari. Dall'altro, Tokyo deve fare i conti con l'inesorabile invecchiamento della sua popolazione. Oggi il Giappone è il Paese con l'età media più alta a livello globale (il secondo è l'Italia): gli over 65 rappresentano oltre il 28% della popolazione, il 38% entro il 2065. Questo significa che sempre meno persone sono in età da lavoro. Per far fronte al problema, il governo di Abe sta cercando di trattenere il più a lungo possibile le donne nel mercato del lavoro, anche proprio promuovendo l'utilizzo dei congedi parentali da parte dei padri per ri-bilanciare l'impegno della cura dei figli su entrambe le figure genitoriali.

L'obiettivo è fissato, dunque, ma la strada per arrivarci è ancora largamente da percorrere. È solo di quattro mesi fa la notizia dei due impiegati giapponesi che hanno portato in tribunale i rispettivi datori di lavoro dopo che, al rientro dalla paternità, si sono trovati demansionati e con lo stipendio tagliato.