Nell'esercito dei neo onorevoli tornano i politici di professione

Un eletto su 4 ha già esperienze a Palazzo. Avvocati e imprenditori i più rappresentati. Il 4% è disoccupato

Per tanti anni il refrain è stato lo stesso: la società civile deve riappropriarsi delle istituzioni; basta con i professionisti della politica. Ebbene questo nuovo parlamento, che dovrebbe rappresentare una sorta di mini rivoluzione visto il successo del Movimento Cinque Stelle alfiere dell'antipolitica, rappresenta invece un mezzo passo indietro. I professionisti della politica hanno ceduto il passo soltanto in parte e, per certi aspetti, si può anche dire che hanno riguadagnato terreno.

Grazie al lavoro svolto dalla FB & Associati (società di consulenza che cura i rapporti con le istituzioni per conto terzi), veniamo a sapere cosa fanno nella vita i parlamentari della diciottesima legislatura. I ricercatori della FB & Associati hanno pubblicato uno studio dove censiscono le professioni dei neoeletti. Il quadro che ne emerge è significativo e soprattutto rispecchia sul piano della professione e del censimento sociale quanto sta avvenendo a livello politico.

Un quarto degli eletti, per esempio, viene direttamente da esperienze politiche. Sono parlamentari della passata legislatura o provengono da Consigli regionali e comunali. Un terzo degli eletti appartiene a quello che viene definito il ramo delle professioni. Di questi il 12% sono avvocati, il tre per cento medici, e un altro 20% è comunque riconducibile alla categoria delle professioni. Il quadro si completa con altre categorie, presenti in porzioni molti limitate. Come quella degli imprenditori (12%), quella dei dirigenti pubblici (2%), quella dei dipendenti statali (9%), quella dei dipendenti di aziende private (casualmente presenti nella stessa percentuale dei colleghi del pubblico), e quella dei professori universitari (quattro per cento). Chiude l'elenco la categoria che raggruppa studenti e disoccupati. Solo il quattro per cento dei nuovi deputati non ha un lavoro, non proviene da altre esperienze nel campo della politica, oppure è uno studente (immaginiamo «fuori corso», visto che bisogna aver 25 anni per accedere a Montecitorio e addirittura 40 per entrare a Palazzo Madama). La ricerca però non si ferma qui. Una seconda analisi infatti porta a notare delle significative distinzioni se si associa la professione al tipo di collegio da cui provengono gli eletti. Le categorie professionali di livello alto e le libere professioni - spiegano i responsabili della ricerca - sono in netta maggioranza nella quota degli eletti nei collegi uninominali. Mentre le categorie con redditi medio-bassi fanno la parte del leone nei collegi proporzionali. E in questo caso si nota appunto una sorta di ritorno al passato. I ricercatori della FB & Associati lo chiamano «ritorno al notabilato di collegio», quel sistema di raccolta della rappresentanza che l'Italia ha avuto nei primi cinquant'anni della storia unitaria. Anche il Movimento Cinque Stelle non si sottrae a questa regola. Pur essendo principalmente composto da elementi provenienti dai ceti-medio bassi (in percentuale maggiore rispetto agli altri partiti), ha scelto di candidare nei collegi uninominali soggetti provenienti dalle professioni, insomma «notabili».