Guerra in Israele

Netanyahu duro con Biden. "Noi a Rafah anche da soli"

Alle critiche di Washington, che chiede nuove elezioni, Bibi replica secco: "L'unica pace possibile è eliminando Hamas"

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Tutti i giorni Israele si trova di fronte a un bivio fatale: ieri sera in una riunione del gabinetto di guerra si è discusso fino a tardi della nuova delegazione diretta in Qatar per una riunione fatale, in cui mentre l'orologio ticchetta sulla vita degli ostaggi, si deve decidere sulle impossibili richieste di Hamas: esse hanno sempre il carattere della quasi impossibilità, un numero altissimo, più di mille, molti terroristi con più ergastoli, contro qualche decina di ostaggi «fragili», donne e anziani, e dopo alcune settimane di cessate il fuoco, forse sei, il secondo atto in cui Israele si dovrebbe impegnare per uno stop definitivo alla guerra. Su questo, la risposta di Netanyahu a Joe Biden e a Chuck Schumer, che gli ha fatto da rompighiaccio chiedendo con un discorso davvero irrituale a Israele di andare alle elezioni per eliminare Netanyahu, che la sua linea è più ferma che mai. «Noi opereremo a Rafah - ha detto Netanyahu - ci vorrà qualche settimana ma accadrà. È l'unico modo per fermare Hamas in modo definitivo e per liberare i nostri rapiti. È una decisione difficile, ma è indispensabile».

Il governo israeliano prepara una situazione in cui da Rafah sia compiuto lo sgombero che consenta un'operazione il più mirata possibile contro i quattro battaglioni di Hamas ancora in piedi e che sia capace di catturare nelle loro gallerie la leadership e forse Sinwar, cercando gli ostaggi. «Biden e io abbiamo opinioni diverse su tante cose, ma questo è normale - ha detto Netanyahu - e se dovremo andare da soli, non c'è scelta, andremo da soli». Ma Netanyahu mentre dimostra fermezza nella determinazione di concludere la guerra solo con l'eliminazione di Hamas, cerca, anche nell'intervista di ieri alla Cnn, di spiegare con garbo che la maggioranza di Israele, di destra e di sinistra, religiosa e laica, è d'accordo nel chiedere di concludere la guerra in modo che si restituisca sicurezza ai cittadini israeliani. Con questo argomento ha spiegato al leader della maggioranza Chuck Schumer che parlare di elezioni adesso è «improprio» e anche irrealistico, data la guerra in corso: «Avremmo sei mesi di paralisi nazionale il che significherebbe perdere la guerra», e poi «non si sostituisce la maggioranza eletta». Netanyahu ha spiegato quanto sia moralmente ingiusto dimenticare il 7 di ottobre, e quanta chiarezza morale invece occorra per condurre la guerra più giusta contro il terrorismo in tutto il mondo.

Naturalmente la leva del disaccordo con gli americani viene impugnato sovente dai suoi nemici interni, che non sono pochi, e che usano anche il sentimento per cui per liberare gli ostaggi deve esser pagato qualsiasi prezzo, anche quello di fermare la battaglia. Ma su questo Bibi tiene duro e insiste nel mettere insieme i due obiettivi, vincere la guerra e riportare a casa i sequestrati. La delegazione che parte per il Qatar ha un duro compito, che somiglia a un'ultima chance prima di Rafah. Si dice sempre che per fare la pace bisogna essere in due: qui invece è chiarissimo che per fare la pace bisogna battere Hamas, altrimenti può esserci solo morte e distruzione. Netanyahu apre le porte agli aiuti umanitari ai palestinesi, anche se si tratta di modi problematici e poco sicuri, perché chissà che cosa può arrivare in questo modo a Hamas. Un prezzo che Netnayahu deve pagare al rapporto con gli americani.

La sua determinazione non gli costa consensi in Israele, al contrario è la parte della sua politica che gli conserva una forte leadership nonostante tanti nemici.

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