"Non mangiate gli ortaggi". Così la paura torna in tavola

Rischio contaminazione, le disposizioni dei sindaci. Nella memoria i disastri di Seveso e di Chernobyl

Di mattina presto, alla radio, mentre l'aroma del primo caffè si spande in cucina, la voce del sindaco di Corteolona (o era quello di Monteleone?). «Capannone fiamme altissime plastica Stiamo dicendo alla gente di starsene in casa le finestre chiuse, sì e poi, certo: non consumare la verdura degli orti No, non sappiamo, ma non possiamo escludere». Seveso, Chernobyl, traduce simultaneamente la memoria.

La soglia dell'allarme quotidiano comincia a impennarsi già alle 7 del mattino. Kim Jong-un e il risiko nel Pacifico, i morti nelle piazze iraniane, il Tir che cancella una famiglia in autostrada: da un po' di giorni il notiziario non dà tregua. Ci mancava solo il vecchio, Grande Fantasma. Lui, il sindaco, non lo dice apertamente. Ma la parola che non si sente di escludere è proprio quell'infernale quadrisillabo che nell'estate del 1976 (il Giornale usciva da soli due anni) nessuno di noi, allora giovani cronisti, aveva mai sentito nominare: diossina. Di certo non l'avevano mai sentita nominare i pensionati che avevano l'orto a ridosso dell'Icmesa di Meda, la fabbrica da cui si era sprigionata la nube tossica. Anche «nube tossica», a ben pensarci, era un termine non ancora giornalisticamente di moda, come di lì in poi sarebbe stato. Le rivedo ancor oggi, le facce attonite dei proprietari di quegli orti. Le insalate, il basilico, i peperoni, le melanzane. I pomodori. Vietato. Verboten, rischio di morire avvelenati. Tutto lavoro perduto. Le zolle rivoltate in primavera, la sarchiatura, la semina. Il cibo che avrebbero portato in tavola, a casa, come avevano fatto i nonni e i nonni dei loro nonni. Il cibo coltivato con le proprie mani. Un sacramento. E invece, tutto a puttane. Fu la paura delle paure. Il veleno negli spinaci e nella lattuga romana. Un nemico terribile, reso ancor più orrendo dalla sua invisibilità.

Di quell'epoca resta un'immagine che molti di noi si portano appresso, incisa nella memoria collettiva. Come quella della bambina nuda che fugge dal suo villaggio in fiamme, in Vietnam. A Seveso fu quello di una bambina col volto deturpato dalla cloracne, uno degli effetti secondari della diossina. Si scoprì poi che l'incidente si era guadagnato l'ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia. I veleni della chimica nel piatto. La morte invisibile, come a Hiroshima e Nagasaki, esagerarono i giornali. Ma c'era la guerra, quella volta. Era il 45. Ed era il Giappone. Quella era invece la Lombardia del '76. La Lombardia della modernità che aveva portato benessere, posti di lavoro, progresso. Nessuno sapeva, a nessuno era stato detto che quella modernità si portava in coda, come gli scorpioni, il veleno. Esattamente dieci anni dopo, nella primavera del 1986 fu la volta di Chernobyl, in Ucraina. E fu peggio. Con l'incubo che di nuovo si spinse fin sulle nostre terre. Vietate le verdure, e i perfino il latte prodotto da vacche che avrebbero potuto nutrirsi di erbe contaminate. Un incubo col quale, anno dopo anno, abbiamo tristemente imparato a coabitare.