"Non vogliamo restare soli". Eutanasia di coppia in Belgio

Anne e François non sono malati terminali ma scelgono la "dolce morte" per paura che se ne vada prima uno dei due

Si sono amati per una vita. Hanno affrontato insieme la malattia e la vecchiaia. Poi hanno deciso di morire. Insieme. Con l'aiuto di un' équipe medica. In un ospedale. In Belgio. Per scelta. Per paura della solitudine. Col consenso dei figli. Si chiama suicidio assistito. Di coppia. Perché i due protagonisti di questa storia sono malati ma non sono considerati malati terminali. Non c'è - non era arrivata ancora quando hanno scelto come andarsene - un'agonia fisica considerata talmente insopportabile da dover essere alleviata con la «dolce morte». Ecco perché la loro è stata ribattezzata eutanasia per ragioni sociali. Non è il primo caso al mondo, come alcuni giornali hanno scritto. Ma è di certo uno di quelli destinato a dividere. E a rimarcare le differenze fra i Paesi «contro» e quelli «pro» come il Belgio, dove dal 2011 le richieste di «dolce morte» sono salite del 50%, una media di 5 persone al giorno finite con un'inizione letale.

Anne ha 86 anni e François ne ha 89. Sono entrambi di Bruxelles. Lui è malato di cancro alla prostata da venti, sempre sotto morfina, lei quasi completamente sorda e cieca da un occhio. Conducono una vecchiaia difficile. Ma sono insieme. E questa è l'unica cosa che conta per loro. Finché sono uniti possono affrontare gli ostacoli di un'esistenza che si avvicina alla fine. Ma entrambi sono consapevoli che prima o poi l'uno o l'altro se ne andrà. Ed è questo pensiero insopportabile che rende a entrambi l'idea del suicidio assistito un'opzione plausibile, addirittura un sollievo. Qualche giorno prima di chiudersi in una clinica delle Fiandre e dire addio al mondo lo hanno spiegato in un'intervista al settimanale belga Moustique, perché il loro gesto diventi testimonianza di una scelta . «La nostra salute si deteriora di giorno in giorno. All'angolo della strada, a venti metri da casa nostra, c'è un piccolo supermercato. Al massimo riesco a fare andata e ritorno. È il deterioramento delle nostre condizioni di vita che ci ha convinto, me e mia moglie, a lasciare questo mondo». François spiega che entrambi all'inizio hanno pensato di farlo «come selvaggi»: sonniferi e un sacco di plastica in testa. Avevano anche fissato una data per il suicidio: il 3 febbraio dell'anno prossimo, giorno del loro 64esimo anniversario di matrimonio. Quando l'hanno detto ai tre figli, loro li hanno bloccati.

È stato allora che l'intera famiglia ha pensato di informarsi, di capire se ci fosse anche per l'anziana coppia una via alternativa per lasciare questo mondo senza dover sopportare, oltre alla malattia, il dolore più grande, la perdita del compagno di una vita e la solitudine. Lungo la strada hanno trovato l'associazione ULteam e hanno scoperto che l'82% dei casi in Belgio - unico Paese al mondo che a febbraio ha introdotto per legge l'eutanasia per i minori, senza limiti di età - si praticano nelle Fiandre. «È da anni che pensiamo al fatto che vogliamo morire insieme - spiega Anne - Siamo complementari e abbiamo bisogno l'uno dell'altro. Se si lascia fare al destino, uno dei due finisce sempre da solo. È una preoccupazione che hanno in molti e quelli a cui ne abbiamo parlato ci hanno detto: anche a noi piacerebbe lasciare questo mondo così». «Vogliamo andarcene insieme perché abbiamo paura del futuro. È così, temiamo quello che ci aspetta». Non solo: François e Anne non vogliono finire in una clinica per anziani, anche perché prosciugherebbe i risparmi di una vita. Tutti e tre i figli li sostengono, Jean Paul, 54 anni, più di tutti. «Se uno dei due se ne andasse, l'altro rimarrebbe solo e completamente dipendente da noi figli. Sarebbe impossibile andare a trovare mamma o papà tutti i giorni». Così tutto finisce qualche giorno fa in un ospedale delle Fiandre. «Non siamo tristi, siamo felici di andarcene insieme» dice François prima dell'addio. E ringrazia il figlio: «Spero che quando avrai 80 anni, potrai approfittare di quello che abbiamo fatto noi oggi. Spero che ci saranno molte meno difficoltà».

Commenti

linoalo1

Sab, 27/09/2014 - 11:02

Io,potendo,farei lo stesso!Tanto,arrivati ad una certa età,la tua vita l'hai fatta e goduta!A quell'età,aspetti solo la morte,sperando che sia veloce ed indolore,specialmente se non hai nessuno che si prende cura di te!Non solo:parenti ed amici,si libererebbero di un bel peso,non certo voluto,ma comunque molto oneroso!Ossia,riconquisterebbero la Libertà!Lino.

Ritratto di stock47

stock47

Sab, 27/09/2014 - 14:35

Il problema che questa storia solleva è più complesso di come la storia di questi due anziani la pone. Comprendo il loro sentirsi ormai alla fine, i problemi che la sopravvivenza e la solitudine comportano, tutte cose che fanno pesare la loro decisione come giusta. Tuttavia noi non viviamo soli, fin dalla nostra nascita apparteniamo, oltre che a noi stessi, anche alla società e quindi alla vita che ci piaccia o non ci piaccia. La decisione di un suicida è la sua decisione, tuttavia la società si sente in obbligo d’intervenire e interferire perché pone in disagio l’esistenza degli altri e i motivi stesi dell’esistenza in vita e in lotta di una società nel suo complesso. Il problema qui è profondamente diverso da quanto finora detto. E’ la stessa società e collettività che permette questo, indubbiamente in un riconoscimento umano delle ragioni dei due suicidi. Il guaio è che, un organizzazione collettiva nata con scopi che guardano a problemi umanitari del singolo, normalmente finisce per trasformarsi in tutt'altra cosa, sia per l’abitudine meccanicistica e di massa della cosa, sia per l’utilizzo improprio che qualche “genialoide” creativo ne potrebbe finire per fare. Si pensi ad una società dove si decide che le persone che superano una certa età “DEVONO” essere “SUICIDATE”, in modo da avere una popolazione completamente efficiente e funzionale a quel “tipo” di società che il pazzo di turno vuole creare. Pazzi che difficilmente vengono identificati come tali se non quando è ormai troppo tardi, di casi del genere se ne sono visti in abbondanza. Di conseguenza l’attuale suicidio “umanitario” potrebbe MOLTO FACILMENTE trasformarsi in un suicidio COMANDATO PER RAGIONI SOCIALI. Dato che questi “passaggi”, una volta che il suicidio diventa cosa di routine, possono facilmente essere messi in essere dal pazzo che dicevo, sarebbe meglio lasciare continuare a fare alla natura e all'iniziativa individuale di eventuali suicidi di turno, piuttosto che creare strutture gestite da organizzazioni collettive per tale fine. E’ un passo che porta irrimediabilmente al successivo, ed è per questo che sono contrario alla cosa. Tutte le malvagità nascono da cose nate inizialmente per essere buone, utili e razionali. Si trasformano all'opposto, con l’abitudine e il cambio d’uso. Infilarci come fessi in una cosa del genere può non preoccupare noi attuale popolazione esistente ma potrebbe coinvolgere i nostri discendenti, i nostri figli.