La norma salva suicidi comincia a funzionare

A una coppia di imprenditori virtuosi di San Donà tagliati i debiti dell'80 del cento

Lui, il marito imprenditore edile, per il fallimento delle aziende con le quali lavorava era affogato nei debiti. A fondo aveva trascinato anche la moglie, che gli aveva fatto da garante con le banche. Adesso torneranno a respirare. Il Tribunale di Venezia, tra i primi in Italia, ha dato applicazione alla legge che, introdotta nel 2012 sull'onda dei suicidi di tanti piccoli e medi imprenditori schiacciati dalla crisi, era diventata operativa solo agli inizi del 2015, con la definizione per decreto del procedimento di esdebitazione. A beneficiarne una coppia di cinquantenni di San Donà di Piave, i cui nomi vanno ad aggiungersi alla lista al momento ancora corta dei salvati dalle norme che consentono a chi abbia visto lievitare senza colpa la massa debitoria di poter uscire dall'inferno mediante la definizione di un accordo basato sulla reale (e temporalmente circoscritta) disponibilità patrimoniale.

Pochi i precedenti: pur nell'incertezza normativa, era stato nel 2014 il Tribunale di Busto Arsizio ad omologare il primo piano di rientro ispirato alla legge, seguito a ruota dai giudici napoletani. Due rondini per una primavera che stentava ad arrivare, annunciata finalmente nel 2016 dalla storia a lieto fine dei coniugi Angelo Tornieri e Silvana Arigò: i due (operaio metalmeccanico l'uomo, impiegata in una cooperativa la donna) con un mutuo avevano comprato casa nel 2004. Tutto fila liscio fino a quando Silvana Arigò perde il lavoro. Il pagamento delle rate si blocca, la banca cerca di rifarsi, il Tribunale di Reggio Emilia frena. E richiama la salva-suicidi: marito e moglie sono meritevoli, non hanno cercato di coprire i debiti contraendone altri. Così, di fronte ad un buco di 210.000 euro, con 100.000 euro ottenuti dalla vendita di casa e auto e dalla cessione del quinto dello stipendio per 4 anni, si liberano dal giogo e conquistano la speranza. Quella invece negata a molti altri, soprattutto per l'ostruzionismo delle banche. Un anno fa Fulvio Marello, dipendente del Comune di Ozzano Monferrato, fu costretto ad una protesta plateale: la sua pratica era una delle tante rimaste impantanate nelle aule giudiziarie per i dubbi sull'esatta interpretazione della normativa. Lui, nel frattempo, aveva perso il lavoro, la moglie e quasi l'appartamento, già messo all'asta. Casi limite, superati dall'inversione di tendenza del 2017, suggellata dalla vicenda dei coniugi di San Donà: dei loro 1,3 milioni di debiti, l'80% sarà cancellato. La restante parte sarà rifusa con un versamento di 1.000 euro a testa al mese fino al 2021 ed il ricavato dalla vendita dell'abitazione coniugale. Ogni creditore recupererà parte delle somme vantate e nessun bene pignorato sarà venduto per un valore esiguo. Insomma, uccidersi è inutile. Per una volta, la legge è dalla parte di chi lavora ed ha perso tutto incolpevolmente.

Commenti
Ritratto di franco.brezzi

franco.brezzi

Mer, 09/08/2017 - 09:07

La magistratura salva un italiano onesto? Dev'esserci uno sbaglio! L'ordine del "Gran Mostro" era chiarissimo: eliminare gli autoctoni per far posto alle risorse!