Nuovo scontro Conte-Lega. Balla il decreto sicurezza

Giorgetti offende il premier ma è solo una sceneggiata. In Cdm rilievi sulla costituzionalità del provvedimento

Consiglio dei ministri in più puntate, come una telenovela di basso rango: ieri alle 16 (assenti sia Conte che Salvini) si liquidano in fretta e furia alcuni provvedimenti di ordinaria amministrazione che stavano scadendo.

Poi a sera calano a Palazzo Chigi i pezzi grossi della maggioranza e si dà il via alla Grande Sceneggiata, in cui tutti minacciano botte da orbi, ma il sangue che schizza è solo succo di pomodoro. Il premier Conte attacca il decreto Sicurezza bis caro a Salvini: sarebbero alcune criticità condivise anche dal Colle. «Attendo di capire» quali sono le criticità, replica secco il ministro degli Interni.

Gigino Di Maio contrappone al Sicurezza il suo tazebao elettorale del decreto Famiglia, ma prima del voto non si varerà nessuno dei due. Forse neanche dopo.

Di buon mattino, il potente sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio Giorgetti spara sul premier: «Non è una persona di garanzia. È espressione dei 5 Stelle ed è chiamato alla coerenza di appartenenza», dice alla Stampa. Grande agitazione in casa Cinque stelle, rispunta persino il ministro Toninelli (di cui ci si era felicemente dimenticati) per stigmatizzare l'alleato: «Guai ad attaccare un presidente del Consiglio che tiene insieme due forze differenti. Se ne parlerà stasera in Consiglio dei ministri».

Conte (finito a capo del governo perché considerato innocuo e accomodante dai suoi ingombranti vice ma ormai convinto di essere premier a tutti gli effetti) fa l'offeso: «Se si mette in dubbio l'imparzialità e l'operato del presidente del Consiglio si mette in discussione anche l'azione di governo». E minaccia: «È gravissimo, chi lo fa se ne assume la responsabilità», e deve farlo nelle «sedi ufficiali: il Cdm e in prospettiva il Parlamento». Sembra una richiesta di resa dei conti, una sfida alla maggioranza a dargli o negargli la fiducia. Ovviamente non lo è: il premier si è prima premurato di incassare rassicurazioni da Salvini, che si affretta ad annacquare le parole di Giorgetti: «Conte è super partes, ha la mia fiducia e l'Italia ha bisogno di un governo». Dall'opposizione si fa notare che Conte non ha ben capito il proprio ruolo, visto che non fa il presidente della Repubblica, e che per un capo di governo la «imparzialità» non è certo un requisito: pensasse a governare anziché a far l'arbitro del pollaio di maggioranza.

Intanto il leader leghista fa aggiungere all'ultimo secondo un po' di euro (presi da dove non si sa) per i rimpatri dei migranti: un contentino a Di Maio, che gli rinfacciava di non aver rimandato a casa nessuno; una captatio benevolentiae per riuscire a varare il suo decreto-manifesto. Di Maio un po' usa il bastone («Spero che la Lega si calmi un po' e torni a lavorare»), un po' la carota («Anche io voglio la flat tax, ma solo per il ceto medio, al 15%). Giorgetti però insiste, e dà voce all'insofferenza della Lega imprigionata in un'alleanza che la penalizza: «Dal 26 maggio, finita la campagna elettorale, o ci si mette a lavorare seriamente oppure ognuno a casa sua». Ancor più pessimista il ministro dell'Agricoltura Centinaio: «Sarà molto difficile trovare margini di recupero con i Cinque stelle».

Poi però Giorgetti fa trapelare che non andrà al Consiglio dei ministri notturno, per evitare tensioni. La finta prova di forza del premier super partes è già finita, e dietro le quinte si è per l'ennesima volta rappattumato lo sbrindellato governo gialloverde. Fino al 26, poi si vedrà.