Oggi a casa si arriva tardi e stanchi

di Stefano Zecchi

L a scuola è un paradosso vivente: si adegua alla realtà della vita famigliare, senza modificare il suo modello organizzativo. Oppure cambia quel modello, senza preoccuparsi di adattarlo all'impegno che gli studenti devono profondere. Per esempio: se la scuola terminasse, come una volta, alle 12,30/13, ci sarebbe per il ragazzo il tempo di tornare a casa e pranzare (sempre come si faceva una volta) con papà e mamma. Poi il papà tornava alle 15 al lavoro, e la mamma accudiva casa e figli, attenta che questi ultimi preparassero i cosiddetti «compiti per casa».

Un ordine perfetto, una razionalità indiscutibile, almeno per quanto riguardava la relazione casa, famiglia, lavoro, scuola, studio. Ma salta per aria tutto.

La mamma incomincia a lavorare; il tempo di lavoro cambia (orario continuato con pausa pranzo: che malinconia vedere questi bar che invece di servire caffè e cappuccino propinano insalatone e piatti freddi); l'orario di scuola necessariamente s'allunga, e gli studenti rimangono in classe molte più ore perché il sabato non ci sono lezioni e si deve santificare il weekend; si aprono le mense: a casa a mezzogiorno è rimasto soltanto il gatto, chi prepara da mangiare al ragazzo se tornasse a casa per il pranzo? S'inventa un doposcuola che serve più che altro per parcheggiare lo studente in attesa che venga a prelevarlo il genitore.

Si è cercato di disciplinare tutta questa babele con un'organizzazione scolastica che prevede il tempo pieno o, in alternativa, i moduli: i genitori possono scegliere l'una o l'altra soluzione. Con il modulo lo studente sta qualche giorno in più a scuola e mangia, qualche altro a casa dove spera di trovare un parente. Col tempo pieno, la scuola dura fino al pomeriggio tardi. Insomma, se non è una babele, poco ci manca.

Pensare di gestire questa realtà scolastica con il «sentimento» dello studio di una volta, è un ipocrisia colossale, soprattutto per quello che riguarda i compiti di casa. Il tempo che si trascorre in classe è più lungo di una volta: si cerchi di esaurire durante le lezioni le materie da studiare, perché a casa si arriva tardi, stanchi, spesso rimbambiti da lunghe ore trascorse in classe. Certo, questo non significa che arrivati a casa il ragazzo sia libero di trascorrere il tempo col telefonino attaccato al naso, davanti alla televisione, col tablet per i demenziali giochi elettronici. Ma l'alternativa non può essere uno studio a casa altrettanto faticoso di quello in classe, che lo completi.

Per sbrogliare questa situazione ci dovrebbe essere una stretta collaborazione tra genitori e insegnanti: capire le attitudini e le carenze del ragazzo per invogliarlo a leggere, a ripassare qualche pagina di storia e geografia già studiate e spiegate in classe, ripetere un esercizio di matematica. Oppure, la cosa più bella, suonare uno strumento e pensare alla scuola la mattina seguente. Oggi si studia meno e peggio di un tempo, bisogna metterselo in testa: è inevitabile per come si è organizzata la nostra vita. E non si torna indietro, nemmeno con i compiti per casa.