Da Ondaatje a Selasi: via dal galà per premiare i vignettisti trucidati dagli islamisti

«Je suis Charlie» è roba vecchia, archiviato. Neanche quattro mesi dai giorni del terrore di Parigi e la solidarietà già si declina al passato: «J'étais Charlie». I distinguo erano partiti ancor prima che si asciugasse il sangue delle 12 vittime nella redazione del settimanale satirico francese, ma ora è ben peggio: siamo alla schiena voltata, al marchio d'infamia. E per di più la pugnalata a Charb e le altre vittime della ferocia islamista stavolta arriva da altri intellettuali, scrittori che si professano campioni della libertà di parola. Ieri il Pen American Center, un'istituzione nata negli Anni '20 proprio per difendere la libertà di espressione, ha annunciato che sei scrittori hanno disdetto la partecipazione al galà del 5 maggio durante il quale si consegnano i premi dell'associazione. Protestano contro la decisione del Pen di assegnare il premio al «Coraggio per la libertà d'espressione» proprio alla redazione di Charlie Hebdo . Secondo gli organizzatori del premio, i sei impavidi scrittori sarebbero infastiditi dal modo in cui la rivista satirica ritrae i musulmani e i «diseredati in genere».

Non dovrebbe essere necessario ricordare che una caratteristica fondante della libertà di espressione è proprio non tollerare limiti, pena essere trasformata in una libertà di comodo, tanto più che nel caso di Charlie era in gioco la satira, allergica ai conformismi. Ma nel caso del Pen, oltre all'intolleranza ancor più sconcertante perché proviene da chi usa la penna per mestiere, c'è anche la presunzione di considerare i musulmani in blocco come parte della categoria dei «diseredati».

I campioni di questo voltafaccia sono nomi noti anche al pubblico italiano. Il più famoso è Michael Ondaatje (autore de Il paziente inglese ), ma in Italia ha avuto il suo momento di gloria televisiva soprattutto Taiye Selasi, cosmopolita scrittrice e fotografa di origine africana cresciuta tra gli Usa e l'Inghilterra e trapiantata a Roma. A quanto pare per lei è più importante la Bellezza delle cose fragili , titolo del suo romanzo più noto in Italia, che la fragilità del diritto di dire cose scomode o provocatorie. In tv del resto aveva mostrato una certa tendenza al buonismo, ma ieri non ha rilasciato dichiarazioni per commentare o spiegare la sua scelta. Lo hanno fatto alcuni degli altri scrittori che contestano il Pen a Charlie e hanno confermato i pregiudizi dietro alla decisione di boicottare il premio. Il gruppo è composto oltre che da Ondaatje e Selasi, anche da Peter Carey, Francine Prose, Teju Cole e Rachel Kushner. Tutti, ovviamente, si dicono in favore della totale libertà di espressione, subito prima di cominciare con i distinguo. Se non peggio. È il caso di Carey, secondo cui «tutto è complicato dalla apparente cecità del Pen nel riconoscere l'arroganza culturale della nazione francese che non riconosce il suo obbligo morale nei confronti di un vasto segmento diseredato della sua popolazione». La solita manfrina del senso di colpa dell'Occidente che dovrebbe indurci a tacere e considerare chi taglia gole solo un malcapitato costretto a tanta violenza dal nostro bieco imperialismo. La replica migliore ai sei prodi scrittori è quella di Salman Rushdie che sull'argomento islam e libertà d'espressione ha una discreta esperienza sul campo: «Se il Pen non può difendere chi è stato ucciso per un disegno, allora a cosa serve? A Peter, Michael e gli altri dico solo che spero non capiti mai che qualcuno dia loro la caccia». Ma non accadrà: simili combattenti per la libertà stanno ben lontani dai campi di battaglia.