Orfanotrofi Spa Affari e ombre su 35mila bimbi da adottare

Comunità, istituti e case famiglia: in Italia non esiste un registro ufficiale Prendono 400 euro al giorno per minore E solo una famiglia su 10 risulta idonea

C'è chi è stato respinto perché sovrappeso, chi per eccesso di scolarizzazione (due docenti universitari), chi per un semplice difetto di pronuncia, altri ancora perché «coppia troppo unita». Aspiranti genitori adottivi bocciati, senza possibilità di appello. Restano lacrime e delusione, senso di impotenza e di frustrazione e quel maledetto marchio di essere inadeguati. Giudicati e rimandati. Sogni che si infrangono miseramente davanti ad aride relazioni, motivi grotteschi che fanno ancora più rabbrividire quando si legge il report: i minori italiani orfani o allontanati dai genitori e parcheggiati nelle case famiglia o nelle comunità sono circa 35 mila. Anche se dati certi non esistono, e già questo griderebbe allo scandalo. Li chiamano «minori fuori famiglia», e a questo si aggiungono i 400 neonati abbandonati ogni anno alla nascita. E il colpo d'occhio fa spavento; come due mondi che si cercano ma non si incontrano mai. O quasi.

Da una parte coppie armate di tutta la buona volontà, disposte a farsi rivoltare come calzini per dimostrare di essere adatti, capaci, amorevoli e pronti per il grande salto, per accettare il dono più grande della vita, anche se la vita non è arrivata da loro, dall'altra un esercito di bambini che resta in attesa. Le adozioni nazionali sono pochissime. Perchè?

Su 10 mila coppie italiane che chiedono di adottare un minore italiano, solo mille raggiungono l'obiettivo. La maggior parte delle richieste vengono rispedite al mittente. E sono sempre traumi. Pesanti e difficili da mandare giù. Prima dei verdetti infatti i genitori adottivi devono passare per le strette maglie delle perizie e dei test. Psicologi, assistenti sociali, scendono in campo per giudicare la coppia, per vagliare le possibilità, i limiti strutturali dei genitori che compilano la domanda. Esami davanti ai quali molti cadono. Basta consultare i siti dedicati alle adozioni per rendersene conto, per leggere tutta l'amarezza e la desolazione. «Amici dei Bambini» da oltre vent'anni lotta a favore dell'infanzia abbandonata, «Genitori si diventa», ad esempio tende una mano alle famiglie che stanno affrontando il grande passo.

Il sito «volevoadottare.it» è nato proprio da una delusione. Un'idea di Maria che insieme al marito aveva tentato di adottare un bambino. «Ma la cosa peggiore non è il rifiuto finale, ma come ti trattano. Ti fanno sentire così inadeguato che riescono a farti piangere». Una pratica bocciata la loro perché alla fine i periti hanno stabilito che nella coppia c'era troppo amore. «Capisce? Ci hanno spiegato che la nostra era una coppia troppo affiatata per poter far posto a una creatura. Come se chi si vuole troppo bene non potesse voler bene a un figlio. Quando le giuro che io e mio marito eravamo così pieni d'entusiasmo, di buoni propositi. Volevamo renderci utili, donare un po' di questo amore a un bambino solo. Cosa c'è di male?» Sulla carta nulla di strano. Sulla quarantina quando aveva compilato la domanda, «poi si erano accaniti sul lavoro di mio marito. Dicevano che era bizzarro, troppo strano. Lui che fa il libraio antiquario. Ma che rischio c'è nel far crescere un bambino tra libri?». Si soffre e quel che è peggio p che non «ti aspetti di venir trattato in questo modo». E allora il dolore che deve trovare uno sfogo è diventato un sito. Per raccogliere le esperienze come la sua. E sono tante. Dodicimila visite in un anno, ma a scrivere sono in pochi. «Se questa testimonianza aiuterà anche una sola coppia amorevole ad adottare un bambino saremo, in cuor nostro, ugualmente genitori», si legge nel sito. Troppa vergogna, anche se di solito sono le donne che trovano il coraggio di raccontare.

Ma se per gli aspiranti genitori almeno c'è un modo di raccontare, per i bambini non c'è voce. Dove vivono questi bambini ora che gli orfanotrofi sono stati chiusi? Domande a cui non è sempre facile rispondere dato che mancano dati ufficiali, non ci sono studi, report. Non esiste un registro nazionale delle strutture di accoglienza, e tutto è gestito da un sistema di cooperative, servizi sociali, strutture di accoglienza, tribunali in cui circola tanto denaro e troppo interesse. Si parla di una spesa annuale di circa 1 miliardo di euro, ma anche in questo caso, un dato certo non esiste, se non quello che ha pubblicato il Garante dell'Infanzia che nel novembre 2015 ha compilato una prima raccolta dei dati.

Le rette che vengono pagate variano da comune a comune, dal sud al nord del Paese in modo irragionevole, da un minimo di 40 euro al giorno sino a casi di 400 euro. Una montagna di soldi. La media di permanenza nelle strutture è di circa 3 anni. Gli affidamenti temporanei che dovrebbero durare al massimo 2 anni, spesso vengono rinnovati sine die.

Un vero e proprio business nel «settore» che di fatto ostacola le adozioni per la semplice circostanza che ogni adozione è una retta in meno. Gli scandali sono purtroppo all'ordine del giorno ed emerge una realtà di grande sofferenza in cui i maltrattamenti, gli abusi e le violenze contro i minori, a volte anche disabili, non sono l'eccezione. Non esistono controlli rigorosi e omogenei sul territorio nazionale, così come i criteri di accreditamento delle strutture di accoglienza sono diversi da regione a regione. Scandali che perfino la sezione dell'Onu che si occupa della infanzia ha denunciato.