Parma è la Caporetto M5s Pizzarotti si vendica degli ex

Dalla vittoria simbolo per Grillo nel 2012 alla disfatta Il sindaco ribelle vola e va al ballottaggio con il Pd

D alla Stalingrado grillina, alla Caporetto dei Cinque Stelle. Il «ribelle» Federico Pizzarotti, che cinque anni fa da signor nessuno aveva scalato Parma grazie all'onda M5s, ora asfalta il Movimento che l'ha lanciato come simbolo della rivoluzione in arrivo («Se vince una persona per bene come lui, un cittadino disinteressato che da bambino sognava di cambiare il mondo, allora tutto è possibile» disse il leader) e da cui ha finito per uscire ingaggiando una battaglia feroce con i vertici, che lo considerano un traditore. Il sindaco uscente, col suo movimento personale «Effetto Parma», si avvicina al 40%, e va al ballottaggio col candidato Pd Paolo Scarpa (28-32%), mentre i Cinque stelle stanno fuori, staccati di quasi trenta punti dall'odiato Pizza. Uno smacco che brucerà.

Pizzarotti ha cannibalizzato il M5s, prendendosene militanti, voti e lasciando solo il guscio, il simbolo. «Non sono io che sfido i Cinque Stelle, sono loro che sfidano me» aveva detto, un po' bullescamente. Ma non a torto. Era una partita in salita per Grillo, che di fatto ha deciso di provare ad azzoppare Pizzarotti e perdere senza metterci la faccia. Solo quella, e anche in extremis, di Daniele Ghirarduzzi. Ex sindacalista Cisl, impiegato della Camera di Commercio sconosciuto ai parmigiani, grillino della seconda ora (è entrato nel movimento dopo la vittoria del 2012), già un tentavo di candidarsi a Fidenza e prima ancora un passato da simpatizzante leghista, è un nome che ha diviso i Cinque stelle parmigiani. Nel 2016 i consiglieri pentastellati di tutta la provincia, con una lettera indirizzata a Beppe Grillo e in copia al direttorio, avevano chiesto l'espulsione di Ghirarduzzi, giudicato una mina vagante per il Movimento. Poi, nel caos generato dalla faida Pizzarotti-M5s, Ghirarduzzi si è ritrovato candidato sindaco perché non c'era la fila per farlo («è un grande sacrificio, non si riparte da zero a Parma: si riparte da meno dieci» aveva ammesso il bolognese Max Bugani, fedelissimo di Casaleggio). Già, e chi l'ha visto Grillo? Il comico era stato più volte a Parma nella campagna del 2012, invece stavolta non si è fatto vedere, e come lui tutti i big del M5s. Di Maio è andato a Piacenza ma si è guardato bene dall'allungare di pochi chilometri e raggiungere Parma. L'unico parlamentare è stato Nicola Morra, presente al comizio di chiusura di Ghirarduzzi, evento immortalato da una foto impietosa che ritrae un palchetto e una piazza dove si contano non più di venti persone. Un segnale premonitore.

Neppure Renzi e il Pd, però, si sono spesi granchè per Paolo Scarpa, ingegnere, non iscritto al Pd che però ha vinto le primarie del partito contro il candidato Pd (senza però trovarsi contro i leader locali), in una città dove il centrosinistra non vince da 19 anni.

L'unico leader a spendersi è stato Matteo Salvini, che è venuto a Parma due volte per lanciare la sua candidata Laura Cavandoli, sostenuta da una coalizione di centrodestra (Lega, Fi, Fdi), una novità assoluta. La Cavandoli ha martellato sui temi sicurezza e immigrazione, molto sentiti a Parma tra spaccio «open air», anche nelle vie centrali, degrado, delinquenza, centri di accoglienza e quartieri col 25% di stranieri, problematiche non in cima alle priorità di Pizzarotti. Una domanda che ha almeno in parte funzionato: prendere più del 15% sarebbe quasi un successo per la candidata del centrodestra, che nel 2012 prese una batosta (dopo gli scandali della precedente giunta) e portò a casa soltanto un consigliere.

La domanda ora è: come si muoveranno i voti al ballottagio, in una corsa che ha visto in campo la bellezza di 16 liste? Molti prevedono un voto disgiunto proprio degli elettori Pd nel ballottaggio Pizzarotti-Scarpa: croce sul partito, ma poi croce sul «Pizza». Che, se riconfermato, si vede già proiettato su poltrone più importanti.